Con i cambiamenti climatici a rischio un terzo della produzione alimentare mondiale

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Con i cambiamenti climatici a rischio un terzo della produzione alimentare mondiale

Se i gas serra continueranno a crescere ai tassi attuali, avremo gravi problemi in vaste regioni, Italia compresa
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E’ noto che il cambiamento climatico influisce negativamente sull’agricoltura e sull’allevamento, ma c’è poca conoscenza scientifica su quali regioni del pianeta sarebbero toccate o quali potrebbero essere i rischi maggiori. Il nuovo studio “Climate change risks to push one-third of global food production outside Safe Climatic Space”, pubblicato su One Earth da un team di ricercatori dell’Aalto-yliopiston e dell’Universitat Zürich. valuta in che modo sarà influenzata la produzione alimentare globale se le emissioni di gas serra non vengono eliminate

Il principale autore dello studio, Matti Kummu  del Water and Development Research Group dell’università di Aalto, spiega che «La nostra ricerca dimostra che la crescita rapida e fuori controllo delle emissioni di gas serra potrebbe, entro la fine del secolo, portare più di un terzo dell’attuale produzione alimentare globale a precipitare in condizioni in cui oggi non viene prodotto cibo, cioè al di fuori da uno spazio climatico sicuro».

Secondo lo studio, «Se le emissioni di anidride carbonica continueranno a crescere ai tassi attuali, è probabile che questo scenario si verifichi».  I ricercatori finlandesi e svizzeri definiscono il concetto di spazio climatico sicuro come «Quelle aree in cui avviene attualmente il 95% della produzione agricola, grazie a una combinazione di tre fattori climatici, pioggia, temperatura e aridità».  Kummu sottolinea che «La buona notizia è che, se riducessimo collettivamente le emissioni, in modo da limitare il riscaldamento a 1,5 – 2 gradi Celsius, solo una frazione della produzione alimentare affronterebbe condizioni ancora inedite».

I cambiamenti nelle precipitazioni e nell’aridità e il riscaldamento del clima, minacciano soprattutto la produzione alimentare nel sud e nel sud-est asiatico e nel Sahel in Africa, aree che «Non hanno la capacità di adattarsi alle mutevoli condizioni».  Ma, da uno sguardo attento alle cartografie allegate allo studio, sono a rischio anche alcune zone del sud Italia.

L’atro autore principale dello studio, Matias Heino, anche lui dell’Aalto-yliopiston, ricorda che «La produzione alimentare come la conosciamo si è sviluppata in un clima abbastanza stabile, durante un periodo di lento riscaldamento che è seguito all’ultima era glaciale. La continua crescita delle emissioni di gas serra può creare nuove condizioni e la produzione di colture alimentari e bestiame non avrà abbastanza tempo per adattarsi».

Lo studio  ha utilizzato due scenari futuri: uno nel quale le emissioni di anidride carbonica vengono ridotte radicalmente, limitando il riscaldamento globale a 1,5-2 gradi Celsius, e un altro nel quale le emissioni continuano a crescere inalterate. Poi, tenendo conto della capacità delle società di adattarsi ai cambiamenti climatici, sono stati valutati gli effetti del cambiamento climatico sulla coltivazione di 27 principali colture alimentari e sull’allevamento di 7 diversi animali da fattoria. Ne è venuto fuori che «Le minacce colpiscono i diversi Paesi e continenti in modi diversi».

Lo studio ha coinvolto 177 paesi, in 52 dei quali la produzione alimentare rimarrebbe in futuro in un’area climaticamente sicura. Questi includono molti  paesi europei, come la Finlandia e gli altri paesi nordici, mentre qualche problema ci sarebbe nell’Europa meridionale.

In Africa, la situazione peggiore sarebbe in Benin, Ghana, Guinea-Bissau, in Asia in Cambogia e in Sud America in Guyana e Suriname, dove fino al 95% della produzione alimentare sarebbe al di fuori della zona climatica sicura. »In questi Paesi – fanno notare i ricercatori – anche la capacità della società di adattarsi ai cambiamenti è notevolmente inferiore rispetto, ad esempio, alla Finlandia».

In maniera allarmante, questi Paesi poveri già vulnerabili, «Hanno anche una capacità significativamente inferiore di adattarsi ai cambiamenti causati dai cambiamenti climatici rispetto ai ricchi Paesi occidentali. In totale, il 20% della produzione agricola mondiale e il 18% della produzione di bestiame minacciata si trovano in paesi con scarsa capacità di adattamento ai cambiamenti».

I ricercatori stinano che «Se le emissioni di anidride carbonica vengono tenute sotto controllo, la più grande zona climatica del mondo di oggi – la foresta boreale, che si estende attraverso il Nord del Nord America, la Russia e l’Europa – entro il 2100 si ridurrebbe dagli attuali 18,0 a 14,8 milioni di Km2. Se non fossimo in grado di ridurre le emissioni, rimarrebbero solo circa 8 milioni di Km2 della vasta foresta. Il cambiamento sarebbe ancora più drammatico in Nord America: nel 2000 la zona copriva circa 6,7 ​​milioni di Km2, entro il 2090 potrebbe ridursi a un terzo».

La tundra artica sarebbe messa anche peggio: si stima che, se il cambiamento climatico non verrà frenato. scomparirà completamente, mentre la foresta tropicale secca e le zone desertiche tropicali cresceranno.

Kummu  avverte: «Se lasciamo crescere le emissioni, l’aumento delle aree desertiche è particolarmente preoccupante perché in queste condizioni quasi nulla può crescere senza irrigazione. Entro la fine di questo secolo, potremmo vedere più di 4 milioni di Km2 di nuovo deserto in tutto il mondo».

Mentre lo studio è il primo a dare uno sguardo olistico alle condizioni climatiche in cui oggi si coltiva il cibo e al modo in cui i cambiamenti climatici influenzeranno queste aree nei prossimi decenni, il suo messaggio è lo stesso che continuano a ripeterci gli scienziati: «Il mondo ha bisogno di un’azione urgente».

Heino conclude: «Dobbiamo mitigare il cambiamento climatico e, allo stesso tempo, aumentare la resilienza dei nostri sistemi alimentari e delle nostre società: non possiamo lasciare indietro i vulnerabili. La produzione alimentare deve essere sostenibile».

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