38 ANNI FA L’IMPROVVISA ERUZIONE DEL MOUNT ST. HELENS NEGLI USA

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Credit: NASA Earth Observatory image by Jesse Allen and Joshua Stevens, using Landsat data from the U.S. Geological Survey and ASTER GDEM2 data from NASA/GSFC/METI/ERSDAC/JAROS, and U.S./Japan ASTER Science Team

Una nuvola densa e nera si solleva nella stratosfera con esplosioni e fulmini

Il 18 maggio 1980, il Monte Sant’Elena (Mount St. Helens) genera un’eruzione: senza alcuna avvisaglia un terremoto magnitudo 5.2 scuote il vulcano. Il fianco nord si stacca, frana a valle. Un’esplosione provoca una nube di cenere incandescente che si sposta a oltre 100 km/h distruggendo tutto ciò che incontra nel suo cammino. Una nuvola densa e nera si solleva nella stratosfera con esplosioni e fulmini e crea oscurità nel raggio di 200 km dal vulcano. Morirono 57 persone e tantissimi furono gli sfollati.

L’evento rimodellò drammaticamente il vulcano e tutta l’area circostante a sudovest di Washington.

Ora, 35 anni dopo, i satelliti in orbita e gli scienziati a terra monitorano costantemente il Monte Sant’Elena: l’immagine a corredo dell’articolo mostra una vista tridimensionale della montagna.


L’immagine è stata assemblata grazie ai dati acquisiti dall’Operational Land Imager sul satellite Landsat 8 e grazie all’Advanced Spaceborne Thermal Emission and Reflection Radiometer (ASTER) sul satellite Terra

Ma vediamo di comprendere di più su quanto accadde quel giorno:

per generazioni di Americani le eruzioni vulcaniche erano spettacoli esotici che si svolgevano in terre lontane, terribili da vedere, ma abbastanza facili da evitare1980 Eruption of Mount St. HelensDel resto un atteggiamento così superficiale era comprensibile, dal momento che nessuna eruzione aveva mai mietuto vittime all’interno dell’intero territorio degli USA, tuttavia il 18 maggio del 1980 un piccolo esercito di scienziati, operatori televisivi e curiosi si radunò nei pressi del Monte St. Helens, nel quadrante orientale dello Stato di Washington, per osservare uno spettacolo senza precedenti che regalava all’America e al mondo una chiara dimostrazione dell’inarrestabile furore vulcanico. Quella radiosa mattina l’eruzione annientò ogni forma di vita in un’area che si estendeva a ventaglio per 27 km: il paesaggio fu lacerato e sconvolto, i laghi ed i corsi d’acqua ostruiti, la polvere nera del vulcano andò a depositarsi su intere regioni di tre stati confinanti.

day_78767109_USA Tours - Mount rainer national park - viewIl Monte St. Helens, che prende il nome da un diplomatico inglese del XVIII secolo, è uno dei 15 vulcani della Catena delle Cascate  che dominano il paesaggio dalla California settentrionale alla Columbia Britannica. La regione attorno al St. Helens, prima dell’eruzione, era, con i suoi ruscelli ricchi di trote e salmoni e le sue foreste popolate da alci, cervi e linci, un paradiso naturale; la vetta ammantata di neve sfiorava i 3.000 m ed appariva così simmetrica da meritarsi l’appellativo di Fuji-yama d’America.

Sotto un’apparente tranquillità si celava però quella che avrebbe assunto l’appellativo di catastrofe: predire il risveglio di un vulcano inattivo è quasi impossibile, tuttavia nel 1978 due geologi avevano emanato un “pronostico” circa un’eruzione che si sarebbe verificata su Monte St. Helens, inattivo da oltre un secolo. Non si poteva stabilire con precisione quando il fenomeno si sarebbe verificato, tuttavia il vulcano andava tenuto sotto controllo.

Il 20 marzo del 1980 scosse sismiche alla frequenza di quasi 40 Hertz all’ora si fecero sentire sul versante nord-ovest della vetta e il 27 marzo avvenne un’eruzione che vomitò ceneri e vapore ad un’altezza di 2.000 m: dal ventre della montagna si udirono brontolii sordi, furono notate spaccature nel terreno ed apparve un secondo cratere di 67 m di diametro.

Squadre di scienziati e geologi, per la maggior parte membri dell’Istituto geologico statunitense, il quale stabilì un centro operativo presso Vancouver, accorsero sul luogo insieme ad una folla di giornalisti e curiosi, impazienti di assistere da vicino al grande evento. Veivoli sorvolavano la montagna, fotografando i mutamenti del terreno, prendendo campioni di gas fuoriusciti dal vulcano e sbirciando all’interno del cratere che si allargava e sprofondava, strumenti di rilevazione (sismografi, indicatori di inclinazione e sensori termici) furono sistemati nei punti più sensibili

Gli osservatori furono particolarmente interessati da una specie di protuberanza che comparve a grande altezza sul fianco della montagna e pareva espandersi di oltre un metro e mezzo al giorno finché non giunse a sporgere di quasi un centinaio di metri sul pendio sottostante. Questo immenso bubbone puntava minacciosamente a nord, verso il lago Spirit, alla base della montagna, sulla cui sponda si trovavano un campeggio di boy-scout e alcune casette di villeggiatura. Il Governatore dello stato di Washington, Dixy Lee Ray, identificò una “zona rossa” che si allargava per un raggio di 8 km dalla vetta del vulcano: venne emanato ai residenti l’ordine  di evacuare la zona e furono istituiti dei posti di blocco sulle strade. La decisione scatenò un coro di proteste da parte degli sfollati e dei curiosi, alcuni dei quali riuscirono ad infiltrarsi nella zona vietata. Un certo Harry Truman, di 83 anni, si rifiutò di abbandonare la sua casetta sul lago Spirit: testardo come il presidente americano di cui portava il nome, il vecchio viveva accanto al suo lago ed alla sua montagna da 53 anni e per nessun motivo al mondo era disposto a sloggiare. Come si rivelò in seguito, l’unico difetto della “zona rossa” fu proprio quello di non essere abbastanza ampia.

La mattina di domenica 18 maggio spuntò limpida e radiosa, ma alle 8,32 il monte St. Helens esplose, trasformando un paesaggio ameno in uno scenario squallido e desolato.

Come i sismologi avrebbero determinato successivamente, la catastrofe fu scatenata dal concorso quasi simultaneo di quattro fenomeni: un lieve terremoto fece tremare la terra ad una profondità non eccessiva sotto la montagna; in un attimo la parete nord piombò nel lago Spirit e nel fiume Toutle causando una gigantesca frana (l’effetto fu paragonabile al sollevamento di una valvola a pressione); i gas incandescenti furono liberati dal magma, le falde acquifere sotterranee si mutarono in vapore, provocando una terrificante esplosione orizzontale attraverso la parete nord ora squarciata, la quale, crollando, spalancò a sua volta un nuovo cratere sulla sommità ed innescò una seconda eruzione, stavolta in verticale, che schizzò in aria una colonna di fumo alta una ventina di chilometri e ceneri.

L’esplosione orizzontale che seguì la valanga di fluido e frammenti che la frana aveva fatto rotolare giù dal pendio si estese per 27 km verso nord, a velocità pari a 400 km orari. Lo scoppio devastò una superficie di oltre 500 km² sradicando o abbattendo circa 6 milioni di grossi alberi. Qualcuna delle 62 vittime morì probabilmente schiacciata dagli alberi, ma la maggior parte fu senz’altro soffocata dalle ceneri, come se fosse stata investita in pieno da sabbia bagnata scagliata da un cannone.

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