La deglaciazione dopo l’Ultimo Massimo Glaciale: un pianeta in rapido cambiamento

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La deglaciazione dopo l’Ultimo Massimo Glaciale: un pianeta in rapido cambiamento

Tra collasso delle calotte glaciali, rapidi innalzamenti del livello del mare e profonde trasformazioni degli oceani e dei continenti, l’ultima deglaciazione racconta una fase cruciale della storia recente della Terra, ricostruita grazie allo studio di coralli e sedimenti
di Chiara Caricchi e Leonardo Sagnotti
tratto da INGVAMBIENTE

In un periodo di tempo compreso tra circa 29.000 e 20.000 anni fa, la Terra si trovava nell’Ultimo Massimo Glaciale. Enormi calotte di ghiaccio coprivano fino a un terzo delle terre emerse, raggiungendo spessori di alcuni chilometri in Nord America, Scandinavia e Siberia, nell’emisfero settentrionale.

Grandi quantità di acqua erano intrappolate nei ghiacci continentali, tanto che il livello del mare era 120–130 metri più basso di oggi e le coste del pianeta erano profondamente diverse da quelle attuali.

Distribuzione dei ghiacci nell’emisfero settentrionale durante l’ultima epoca glaciale. Le calotte glaciali raggiungevano spessori fino a quattro chilometri, causando un abbassamento del livello del mare di circa 120 m

Cosa ha innescato la deglaciazione?

La deglaciazione fu innescata da variazioni naturali nei cicli orbitali della Terra, noti come cicli di Milanković, che regolano nel tempo la distribuzione dell’energia solare ricevuta dal pianeta. Queste variazioni non modificano in modo significativo la quantità totale di energia solare che raggiunge la Terra, ma ne cambiano la distribuzione stagionale e latitudinale, con effetti particolarmente rilevanti alle alte latitudini dell’emisfero nord, dove si trova la gran parte delle terre emerse e dove erano concentrate le grandi calotte glaciali.

Andamento negli ultimi ~1.000.000 di anni dei tre principali parametri orbitali della Terra — precessione, obliquità dell’asse ed eccentricità dell’orbita — e della conseguente variazione dell’insolazione estiva alle alte latitudini dell’emisfero nord (65°N). La combinazione di questi cicli modula l’energia solare ricevuta durante l’estate boreale, influenzando l’alternanza tra fasi glaciali e interglaciali.

Non si trattò di variazioni eccezionali o anomale, ma di una combinazione favorevole dei cicli orbitali che aumentò l’insolazione estiva nelle regioni polari settentrionali. Anche un incremento relativamente modesto dell’energia solare durante l’estate fu sufficiente a ridurre la persistenza della neve e del ghiaccio accumulati durante l’inverno, rompendo l’equilibrio che aveva mantenuto stabili le calotte di ghiaccio durante l’ultima glaciazione. Una volta avviato, il processo di fusione divenne progressivamente più efficiente.

Il ritiro dei ghiacci continentali ridusse l’albedo della superficie terrestre, favorendo un maggiore assorbimento di calore, e innescò una serie di feedback climatici. Tra questi, un ruolo chiave fu svolto dal rilascio di CO₂ dagli oceani, che amplificò il riscaldamento globale attraverso l’effetto serra. Il risultato fu un aumento della temperatura media globale di circa 4–5 °C, accompagnato da una progressiva destabilizzazione delle calotte glaciali.

Nel loro insieme, questi processi trasformarono una forzante orbitale relativamente debole in una risposta climatica di ampia portata. La deglaciazione si sviluppò così lungo un arco temporale di circa 10.000 anni e terminò convenzionalmente con l’inizio dell’Olocene, circa 11.700 anni fa, segnando il passaggio a un nuovo stato del sistema climatico terrestre.

L’innalzamento del livello del mare

Il livello marino aumentò drasticamente in risposta alla fusione dei ghiacci. Tuttavia, questo aumento non fu regolare. Si stima che la risalita del livello del mare avvenne a una velocità media di circa 10 mm/anno tra 20.000 e 7.000 anni fa.

Ma in alcuni periodi vi furono veri e propri “salti improvvisi”, chiamati Meltwater Pulses (MWP).

Il più noto fu il Meltwater Pulse 1A (avvenuto circa 14.600 anni fa), quando il livello del mare salì di 15–20 metri in meno di 500 anni. In media questo corrisponde a una risalita di circa 4 cm all’anno.

Questi eventi di brusca risalita del livello del mare seguirono fasi di rapido collasso delle calotte glaciali. Per approfondire questo argomento puoi leggere questo articolo del blog.

Aumento del livello del mare nel corso degli ultimi 20.000 anni, dalla fine dell’ultima grande glaciazione. Mila anni da oggi dove per convenzione oggi è il 1950 (modificato da NASA)

Come possiamo ricostruire questi cambiamenti?

Gli scienziati non erano ovviamente presenti 20.000 anni fa. Tuttavia, la Terra conserva una serie di archivi naturali che registrano le variazioni climatiche del passato e consentono di ricostruire gli eventi avvenuti durante l’ultima deglaciazione. Tra questi archivi rientrano stalattiti e stalagmiti, carote di ghiaccio, coralli e sedimenti, sia marini che continentali.

Esempi di archivi naturali: 1 carote di ghiaccio; 2 stalattiti e stalagmiti nelle grotte; 3 rocce sedimentarie; 4 sedimenti marini.

Tra le diverse fonti disponibili, coralli e sedimenti sono centrali nello studio della deglaciazione, poiché permettono di ricostruire con grande dettaglio le variazioni del livello del mare e le risposte dei sistemi oceanici e continentali ai rapidi cambiamenti climatici.

I coralli fossili, in particolare, rappresentano uno degli strumenti più efficaci per ricostruire la posizione del livello marino nel passato. La loro crescita è infatti limitata a pochi metri sotto la superficie del mare, rendendo la loro posizione un indicatore della quota raggiunta dal mare al momento della formazione. Quando lungo una barriera corallina si osservano antichi “gradini” fossilizzati, è possibile dedurre sia il livello marino relativo al periodo di crescita dei coralli sia la rapidità con cui il mare è successivamente risalito. La datazione uranio-torio (U/Th), una tecnica particolarmente precisa, consente di stabilire l’età dei coralli con un margine di errore di poche centinaia di anni.

Studi di questo tipo sono stati condotti in diverse aree chiave del pianeta, tra cui la Barriera Corallina Australiana, Tahiti, le isole Barbados e il Mar dei Caraibi, permettendo… L’ARTICOLO CONTINUA QUI

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