UN PASSO OLTRE OCEANO, SUL NORD AMERICA, ALLE PRESE CON UN’ONDATA DI GELO ESTREMO: ECCO COME SI FORMANO I NOR’EASTER

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UN PASSO OLTRE OCEANO, SUL NORD AMERICA, ALLE PRESE CON UN’ONDATA DI GELO ESTREMO: ECCO COME SI FORMANO I NOR’EASTER

UN PASSO OLTRE OCEANO, SUL NORD AMERICA, ALLE PRESE CON UN’ONDATA DI GELO ESTREMO: ECCO COME SI FORMANO I NOR’EASTER

di Andrea Corigliano – Fisico dell’Atmosfera

Gli Stati Uniti sono alle prese con un’ondata di gelo davvero estrema che dal Canada si sta propagando verso sudest e che provocherà una seria ondata di maltempo di stampo invernale su molti stati, fino al Golfo del Messico (fig. 1). Questo tipo di dinamiche atmosferiche a scala sinottica porta infatti alla formazione di tempeste extratropicali lungo la costa orientale degli Stati Uniti perché è proprio qui che diventano massimi i contrasti termici tra l’aria gelida in uscita dal continente e quella più temperata che viene richiamata dalle latitudini tropicali. Queste condizioni portano inevitabilmente al rapido approfondimento di ciclogenesi che trovano proprio nell’intenso gradiente di temperatura l’energia per svilupparsi. Nel Nord America queste intense strutture depressionarie sono conosciute con il nome di Nor’easter perché espongono tutta la fascia costiera a una ventilazione molto intensa che spira dal quadrante nord-orientale.

La formazione di circolazioni cicloniche così profonde è più frequente da novembre ad aprile, quando il notevole raffreddamento dell’area canadese dà il via alla formazione del vasto serbatoio di aria gelida da cui attingono le irruzioni artiche in movimento all’interno alle marcate saccature delimitate dalla corrente a getto polare che, una volta giunta con il proprio ramo ascendente alle latitudini della Georgia e del New Jersey, attiva il processo ciclogenetico. I Nor’easter si approfondiscono rimanendo a contatto con le acque più temperate dell’Oceano Atlantico e si muovono verso nord-est per raggiungere di solito la loro massima intensità tra il New England e il Quebec.

Nella fase di approccio alla costa orientale americana queste intense depressioni espongono la regione che va da Washington a Boston a precipitazioni anche abbondanti che si verificano spesso sotto forma di bufere di neve, causate dallo scorrimento dell’aria più calda presente sull’Oceano e richiamata dalle latitudini tropicali al di sopra dell’imponente irruzione di aria gelida artica che affluisce da nord-ovest. Piccole differenze nella traiettoria dell’intenso vortice possono però portare anche a una diversa distribuzione delle fasce del tipo di precipitazione perché è facilmente intuibile che un percorso più o meno occidentale del minimo, rispetto alla linea di costa, può far cambiare la posizione delle aree di convergenza tra le diverse masse d’aria richiamate nella profonda circolazione depressionaria. In un’area relativamente ristretta può così capitare di passare dalla pioggia, alla neve e al gelicidio a seconda di come avviene l’interazione tra il flusso temperato e quello artico.

Non è quindi difficile immaginare le difficoltà che possono insorgere nel momento in cui un Nor’easter si forma, si approfondisce, inizia la sua corsa e i meteorologi devono prevedere la localizzazione della fenomenologia ad esso associata, dal momento che a seconda dello stato fisico in cui si presenta la precipitazione si possono verificare criticità rilevanti quando questa interessa aree densamente popolate come New York, Philadelphia e Baltimora. L’interesse per la formazione di queste particolari ciclogenesi, così incisive sullo stato del tempo della costa atlantica degli Stati Uniti, ha portato già dai primi decenni del secolo scorso ad analizzare e a caratterizzare tutti gli eventi riconducibili ai Nor’easter in modo da vedere se, adottando un approccio statistico, l’evoluzione del fenomeno presentasse un canale preferenziale di sviluppo e da qui cogliere elementi peculiari nella genesi, nell’evoluzione e nel tipo di fenomenologia associata a queste intense figure bariche.

Il primo studioso che nel 1946 analizzò le traiettorie più battute da queste intense depressioni fu James E. Miller, della New York University, che suddivise in due tipologie di cicloni – di tipo A e di tipo B – gli scenari evolutivi di questo fenomeno tenendo conto di 208 depressioni originatesi nel periodo tra ottobre ed aprile negli anni compresi tra il 1929 e il 1939 in un’area delimitata a ovest dalla catena dei Monti Appalachi, a est dalla costa degli Stati Uniti ed estesa in longitudine dalla Carolina del Sud al Maine. Questo studio, noto come classificazione di Miller, viene tutt’ora considerato dai meteorologi americani per avere a disposizione un ulteriore elemento prognostico da affiancare ai calcoli modellistici a breve e medio termine e poter così migliorare la previsione della formazione e dell’evoluzione di queste intense e rapide ciclogenesi basandosi anche sulle esperienze del passato. La tecnica adottata da Miller per comprendere la formazione e l’evoluzione dei Nor’easter si basava essenzialmente nell’osservare sulle carte sinottiche al suolo la distribuzione del campo barico, la sua evoluzione e da qui estrapolare un modello concettuale di sviluppo del complesso sistema.

Un ciclone di tipo A (fig. 2), proprio come quello che si formerà nelle prossime ore, si sviluppa lungo il tratto ascendente di una saccatura in movimento meridiano dal Canada verso la grandi pianure continentali degli Stati Uniti, alimentata da aria gelida in uscita da un vasto anticiclone che si forma a cavallo delle Montagne Rocciose, dove al suolo si collocano i massimi valori del campo barico. Forzata dal passaggio in quota di una jet streak – cioè da un’accelerazione della corrente a getto a circa 9000 metri di altezza – la ciclogenesi prende solitamente forma lungo le coste del Golfo del Messico, dove è massima la discontinuità termica tra la massa d’aria molto fredda in arrivo da nord e quella molto calda che sovrasta le acque oceaniche qui presenti. In questa fase iniziale i fenomeni associati sono soprattutto piogge e temporali che possono essere anche severi sulla Florida. Proseguendo la sua corsa verso nordest il minimo continua ad approfondirsi e a intensificarsi: la struttura barica, infatti, da un lato viene alimentata da aria sempre più fredda in arrivo dalle aree interne e dall’altro riceve dalle calde acque della Corrente del Golfo su cui viene a scorrere e dal richiamo temperato tropicale l’apporto di umidità necessario per formare nubi e precipitazioni.

Come detto, le idrometeore associate al passaggio del minimo spaziano dalla pioggia, alla neve e al gelicidio man mano che si procede dall’interno verso la costa, a seconda della posizione dell’asse di propagazione del Nor’easter durante la propria evoluzione verso nord-est. I fenomeni più intensi ed abbondanti si verificano quando il minimo è più spostato verso l’Oceano perché in questo caso l’apporto di aria umida strappata alla superficie oceanica è maggiore: è proprio questa la situazione in cui le nevicate, che molto spesso avvengono sotto forma di bufera, possono spingersi fin sulla costa grazie al maggiore sfondamento che riesce ad avere l’aria gelida in uscita dalla terraferma. Nel caso in cui invece la base del vortice trascorre più tempo a contatto con la terraferma, la fenomenologia associata è meno diffusa ed intensa, l’aria gelida rimane più confinata all’entroterra ed il rischio che la fascia costiera sia interessata dal gelicidio o dalla pioggia è più elevato.

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