Spianiamo il Turchino per togliere la nebbia a Milano? Meglio affidarsi ai modelli…
di Antonello Pasini
Tratto da lescienzeblog.it

I meno giovani ricorderanno probabilmente Portobello, la trasmissione di Enzo Tortora andata in onda alla fine degli anni ’70. Tra gli ospiti più bizzarri ci fu un signore milanese che nel gennaio 1978 propose la sua soluzione al problema della nebbia in Val Padana: abbattere completamente (radere al suolo) il passo del Turchino, in Liguria, in modo da creare un po’ di ventilazione nel catino della Pianura padana. Eccovi questo pezzo di antiquariato televisivo di qualità:
Ovviamente sembrò subito una pazzia, ma forse più per il fatto che si sarebbero dovute spostare 4000 persone, che per la inconsistenza dell’effetto fisico che ne sarebbe derivato. Tanto è vero che poi (mi sembra in una trasmissione successiva) fu chiamato il Col. Minafra, allora Capo del Centro meteorologico regionale di Milano-Linate del Servizio meteorologico dell’Aeronautica, per confutare la validità fisica di questa ipotesi. Ma tutto si ridusse ad un confronto di opinioni diverse, tra il meteorologo e il signore proponente l’abbattimento del Turchino, in quanto nessuno aveva all’epoca gli strumenti per verificare fino in fondo la bontà o l’inconsistenza di tale ipotesi. In realtà, come ha fatto notare qualche tempo fa il noto meteorologo Mario Giuliacci in un post sul suo sito, anche solo da considerazioni puramente dimensionali la “apertura” che si sarebbe creata sarebbe stata troppo piccola per consentire il famoso “ricambio d’aria”.
In un caso così eclatante forse possono bastare queste considerazioni grossolane… Ma quando si tratta di opere addirittura più grandi, come la costruzione di dighe ed invasi idrici di enorme portata, o quella di canali che vanno ad unire bacini marittimi diversi, oppure il cambiamento d’uso di vaste porzioni di territorio, come fare a valutare gli impatti meteorologici e climatici (o sulle correnti marine)?
Ebbene, dovremmo sperimentare prima queste situazioni, ma non possiamo farlo… Nei casi più semplici possiamo costruire dei modellini o plastici in scala e vedere cosa accade, ma per i problemi più complessi questo modo di fare non dà risposte affidabili. Nel caso dei cambiamenti climatici, tema di cui mi occupo per lavoro, dico sempre che avremmo bisogno di una Terra gemella su cui fare esperimenti, ma che, è proprio il caso di dirlo, non ce la possiamo permettere…
Del resto il metodo sperimentale galileiano è l’unico che ci dà la possibilità di capire prima cosa può accadere con certe azioni, perché in un laboratorio noi possiamo cambiare la realtà fisica, mettendoci nelle condizioni che vogliamo, in modo da spingere la natura a fornire precise risposte alle nostre domande. Nel caso del Turchino, ad esempio, cosa succede se porto la sua orografia al livello del mare? Certo è che le conseguenze complesse di questo eventuale intervento sulla circolazione (e non solo) non le posso studiare in un laboratorio reale. Ma allora, come recuperare il metodo sperimentale galileiano in questa complessa realtà fisica?
E’ presto detto: se non posso utilizzare un laboratorio reale, ne utilizzo uno virtuale, quello dei modelli meteorologici e climatici in un calcolatore.
Qui non mi posso dilungare su questa “rivoluzione” modellistica. Sul tema anni fa ho scritto un intero libro non ancora esaurito (i libri di divulgazione scientifica vendono poco
). Basterà accennare al fatto che nei modelli c’è tutta la nostra conoscenza teorica dei singoli pezzi del sistema che stiamo studiando, questa sì ottenuta in un laboratorio reale. Inoltre, vi sono relazioni biunivoche tra le grandezze misurabili nella realtà e quelle che “vivono” nel modello, cosicché i nostri risultati modellistici siano verificabili. Eccetera, eccetera: si veda anche qui e qui per ulteriori spiegazioni e per un’applicazione climatica.
Il fatto interessante, comunque, è che, una volta in possesso di un modello che si sia riscontrato valido nel ricostruire/prevedere il passato, possiamo fare “esperimenti” facendolo girare in condizioni inedite e vedere cosa accade. Non è un caso che oggi tutte le analisi di impatto ambientale si basino sui modelli, perché certe cose dobbiamo saperle prima. Dopo è troppo tardi!
Fortunatamente da quella puntata di Portobello sono passati quasi 50 anni. Oggi abbiamo altri strumenti e li possiamo utilizzare in vari ambiti. Nel prossimo post vedremo un esempio particolare in campo climatico.