L’INVERNO NEGLI STATI UNITI: IL SECONDO PIÙ CALDO DA OLTRE UN SECOLO

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L’INVERNO NEGLI STATI UNITI: IL SECONDO PIÙ CALDO DA OLTRE UN SECOLO

L’INVERNO NEGLI STATI UNITI: IL SECONDO PIÙ CALDO DA OLTRE UN SECOLO

di Andrea Corigliano – Fisico dell’Atmosfera

Le immagini che nel corso di questo inverno sono arrivate dagli Stati Uniti hanno mostrato soprattutto la costa orientale americana interessata da diverse irruzioni di aria artica continentale che, dal Canada, si sono spinte fino a raggiungere persino la Florida e Cuba dove le temperature minime hanno raggiunto valori eccezionalmente bassi, anche inferiori a 0 °C. L’aria gelida è stata spesso accompagnata da nevicate significative, sviluppatesi in seno alle circolazioni cicloniche che solitamente si formano a ridosso della costa meridionale e che poi risalgono verso nord-est, richiamando da un lato l’aria fredda dal continente e dall’altro l’aria temperata dalla superficie oceanica. Se dovessimo stilare quindi un resoconto dell’andamento della stagione invernale negli Stati Uniti, il ricordo di queste immagini ci farebbe sicuramente propendere per un inverno freddo e nevoso.

È stato davvero così? Non proprio, perché le aree che sono state frequentemente interessate da condizioni invernali sono state una minima parte e se si lasciasse davvero intendere che l’inverno americano è stato freddo significherebbe, in pratica, guardare il dito e non la luna. Vediamo perché. A scala sinottica, la circolazione atmosferica mediamente osservata tra dicembre e febbraio è stata distintamente caratterizzata da un dipolo di anomalie che si sono distribuite tra il settore centro-occidentale e quello orientale del continente (fig. 1, a sinistra). Mentre a cavallo della catena delle Montagne Rocciose il segnale dominante ha visto la persistenza di un robusto promontorio che ha portato le altezze di geopotenziale a 500 hPa fino a 60-70 metri oltre la media del periodo, lungo la costa nord-orientale ha preso gradualmente forma una circolazione opposta che è risultata meno estesa e, in termini di anomalia, meno intensa. Questo dipolo delle anomalie delle altezze di geopotenziale va di pari passo, a 850 hPa, con quello delle anomalie di temperatura (fig. 1, a destra) che contrappone, nelle medesime aree, valori termici fino a 3-5 °C sopra la media e fino a 1-2 °C sotto la media: il peso delle avvezioni di aria calda è stato quindi nettamente maggiore di quello apportato dalle irruzioni di aria fredda.

Se ora ci trasferiamo in prossimità del suolo, a circa 2 metri, le conseguenze di questa situazione appena descritta prendono forma nell’andamento registrato dal campo termico (fig. 2). Laddove ha agito prevalentemente la figura anticiclonica con frequenti avvezioni di aria calda, le temperature medie del trimestre hanno scalato rapidamente la classifica e in moltissime contee la stagione si è posizionata sul primo gradino del podio (si veda come è diffuso il colore rosso mattone proprio in figura 2).

In molte altre contee, l’inverno 2025-2026 si è chiuso entro le prime dieci o le prime cinque stagioni invernali più calde. Laddove invece la circolazione artica è stata più incisiva, lo scarto dalla climatologia ha posto la stagione tra i cinquanta inverni più freddi e in un numero più ristretto di contee tra i venticinque più freddi. Complessivamente, secondo il Prism Climate Group, negli Stati Uniti l’inverno meteorologico che si è appena concluso è stato quindi il secondo più caldo almeno dal 1895. Nonostante quindi si siano verificati eventi di freddo anche importanti con nevicate significative che hanno paralizzato diverse città della costa orientale, nel bilancio generale ha nettamente prevalso un’anomalia termica positiva che ha messo al collo della stagione una medaglia d’argento in questa gara tra le stagioni più calde. Non è una novità osservare un comportamento del genere dell’andamento del tempo perché è ormai noto, da diversi anni, che in un clima mediamente più caldo aumenta la frequenza degli eventi caldi e degli eventi caldi estremi, cioè degli eventi che poi registriamo etichettandoli come record (fig. 3). Ma un aumento di queste eccezionalità – proprio perché in un clima che cambia non aumenta solo la media termica storica ma anche la variabilità (varianza) – non cancella gli eventi di freddo che rimangono quasi invariati ma che non possono più competere, in numero e in frequenza, con quelli di segno opposto. Il comportamento che ha avuto l’inverno in America ne è una chiara dimostrazione.

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