Il terremoto e il maremoto che distrussero Rossano Calabro nella notte tra il 24 e il 25 aprile 1836

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Il terremoto e il maremoto che distrussero Rossano Calabro nella notte tra il 24 e il 25 aprile 1836

Il sisma raggiunse una magnitudo stimata di Mw 6.1 con due scosse ravvicinate in tre minuti
a cura del Pro. Fabio Menin
tratto da www.rossanocalabro.it

Presentiamo qui una sintesi della descrizione fatta dal Barone Luca De Rosis sul terremoto di Rossano nel 1836, precisando che questo documento insieme ai moderni studi geologici sulla faglia di Rossano che parte dalla piana di Sibari e va fino alla valle del Trionto ed è la responsabile dei terremoti violenti nella nostra zona, ebbene questi documenti sono la base scientifica utilizzata dai sismologi italiani per affermare che Rossano è a rischio terremoti con intensità tra 6.0 e 6.4 della scala Richter, terremoti che si ripetono con frequenza statistica di circa duecento anni, documentati dall’epoca romana.

“Il terremoto avvenne, come riportato da Luca De Rosis , alle ore 6:15 italiane della notte dal 24 al 25 aprile 1836. Va anche precisato che proprio dal terremoto del 1836 prende il via un’importante festa di Rossano la festa dei fuochi di S. Marco che si celebra per ricordare proprio questo episodio storico in cui nella notte gli abitanti accesero dei fuochi entro la città. “De Rosis ricorda che la scossa fu violentissima e durò per circa 30 secondi, dopo di che le oscillazioni continuarono via via più leggere per circa 2 minuti. Secondo un altro studioso Rossi (**) quella che fu identificata come la scossa principale si divise in realtà in due scosse violentissime avvenute a tre minuti di distanza l’una dall’altra.

Nei giorni successivi, e fino a tutto il mese di luglio, furono avvertite numerose repliche, alcune delle quali molto forti (e fra queste va segnalata quella dell’8 luglio), che causarono ulteriori danni agli edifici già gravemente danneggiati. A Rossano, su un totale di 1.538 edifici, 370 (24%) furono distrutti, 392 (26%) furono danneggiati irreparabilmente e gli altri 776 (50%) subirono danni riparabili; l’abitato di Crosia, invece, fu quasi interamente distrutto; a Calopezzati gran parte delle case crollarono. Crolli e gravi danni alle abitazioni riguardarono altre 15 località circa del versante ionico della provincia di Cosenza. I morti furono complessivamente 239, di cui 140 a Crosia e 89 a Rossano, e 592 i feriti. Rossano aveva una popolazione di circa 11000 abitanti, Crosia 570, Scala Coeli circa 2000, Cropalati 1165, Calopezzati 1000, Paludi circa 2000, Corigliano Calabro 9600. A Crosia, Rossano e Calopezzati il terremoto causò frane e profonde spaccature nel suolo; il tratto di costa tra Corigliano Calabro e Calopezzati fu interessato da un maremoto, che spinse l’acqua verso l’interno per circa 40-50 metri, travolgendo molte barche e attrezzature da pesca. In base ai rapporti rilasciati alle autorità doganali da diversi pescatori, testimoni diretti del fenomeno, a sud del Capo Trionto il mare dapprima si ritirò e in seguito invase violentemente la spiaggia, mentre a nord del Capo il primo movimento delle acque fu verso terra.

All’epoca del terremoto, la Calabria faceva parte del Regno delle Due Sicilie. La monarchia borbonica, restaurata nel 1815 dopo un decennio di dominazione francese, conservò nel complesso i cambiamenti introdotti nell’amministrazione dal regime napoleonico e mantenne sostanzialmente la nuova organizzazione piramidale dello stato su base censitaria.

La Calabria era amministrativamente divisa in tre province: la provincia di Calabria Citeriore, con capoluogo Cosenza, la provincia di Calabria Ulteriore Prima, con capoluogo Reggio Calabria, e la provincia di Calabria Ulteriore Seconda, con capoluogo Catanzaro. La provincia di Calabria Citeriore era ripartita in 4 distretti e 43 circondari: distretto di Cosenza, distretto di Paola, distretto di Castrovillari e distretto di Rossano (con i circondari di Rossano, Cropalati, Longobucco, Cariati, Campana, Corigliano Calabro, San Demetrio Corone). Le operazioni di soccorso furono coordinate dal sottintendente di Rossano, dal Sindaco Michele Romano e dal comandante della colonna mobile di Gendarmeria. Il sottintendente istituì a Rossano commissioni parrocchiali e negli altri centri colpiti dal terremoto commissioni comunali composte dal parroco, dal sindaco e da due «probi cittadini» con il compito di guidare le operazioni di soccorso e con facoltà di utilizzare il denaro dei fondi della pubblica beneficenza. L’intendente di Calabria Citeriore inviò nelle zone danneggiate l’ingegnere provinciale accompagnato da artigiani per le operazioni di costruzione delle baracche e di riparazione delle case danneggiate.

L’area colpita era una fertile zona agricola: la diffusa distruzione delle infrastrutture (magazzini, frantoi, depositi e stalle) causò la perdita pressoché totale del prodotto già lavorato dell’anno precedente e di numerosi animali d’allevamento. Questo determinò una congiuntura economica gravemente sfavorevole, a cui l’intervento pubblico non provvide in misura sufficiente. Gli unici provvedimenti predisposti dall’amministrazione governativa attinsero, infatti, ai soli fondi di beneficenza e furono limitati agli interventi più urgenti della prima emergenza. Il carico economico della ricostruzione si ripercosse sulle economie locali per oltre vent’anni. “( brano tratto da un sito internet specializzato)

(*) Istoria del tremuoto di Rossano in Aprile 1836 da Cenno storico della città di Rossano e delle sue nobili famiglie pp 88-112 Napoli 1838
(**)Rossi Storia dei tremuoti i in Calabria negli anni 1835 e 1836 Napoli 1837

prof. Fabio Menin già pres. WWF Calabria

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