DIFENDERE IL PIANETA, SENZA ABBASSARE LA GUARDIA!

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DIFENDERE IL PIANETA, SENZA ABBASSARE LA GUARDIA!

La modernità è finita e ha fallito. Bisogna costruire un nuovo umanesimo, altrimenti il pianeta non si salva».
di Claudia Sorlini
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Negli ultimi decenni il rapporto tra l’uomo e l’ambiente ha subito un deterioramento, evidenziabile, tra l’altro, dal grado di sfruttamento irresponsabile delle risorse naturali che avviene senza alcun rispetto per gli equilibri ecosistemici, dalla scarsa considerazione della biodiversità e dalla crescente produzione di output negativi. Si è in larga misura perso il rapporto stretto tra uomo e natura, molto più diffuso un tempo tra la gente che viveva più numerosa di oggi nelle aree rurali e che aveva un contatto costante con l’ambiente rurale, con il verde di prati, boschi, coltivazioni e con gli animali terrestri e volatili che comunemente vi vivono. Gli agricoltori che vivevano in cascine, casali, masserie ecc., cioè sugli stessi terreni su cui svolgevano le proprie attività, avevano una percezione molto diretta dell’ambiente e conservavano una conoscenza profonda dei fenomeni naturali, degli eventi meteorologici e del succedersi delle stagioni, maturata e tramandata attraverso migliaia di anni di storia dell’agricoltura e affinata e arricchita dalla pratica quotidiana.
Anche se la visione antropocentrica ha sempre dominato la nostra cultura, presso la società contadina questa visione era attenuata da una sorta di rispetto per i meccanismi e i processi naturali; questa società contadina ben conosceva, per esperienza diretta, i rischi insiti nel voler forzare questi processi per piegarli a proprio vantaggio. D’altronde l’agricoltura per molti secoli, e fino a metà del Novecento, non ha subito modificazioni significative e il rapporto tra il contadino e l’ambiente era rimasto improntato a una sorta di amore, a volte di odio, ma sempre di attenzione e di rispetto.
Con il grande sviluppo dell’industria e delle tecnologie, e con l’avvio della green revolution, la situazione è cambiata radicalmente. L’agricoltura, con la meccanizzazione agricola, l’uso di pesticidi di sintesi e di fertilizzanti e con il miglioramento genetico delle piante coltivate, ha raggiunto livelli di produzione prima inimmaginabili. Il potere acquisito con le nuove tecnologie ha indotto a credere di poter dominare molto di più le leggi della natura. Questo fenomeno ha fortemente accentuato la dimensione strumentale del rapporto con la natura, finalizzato alla massimizzazione del profitto nel più totale disinteresse per la conservazione delle risorse naturali: dalle foreste all’acqua, dalla fertilità dei suoli alla biodiversità.
Tutto questo è quanto di più lontano ci possa essere dalla concezione di S. Francesco d’Assisi per il quale ogni risorsa della natura (dall’acqua, alla terra, ai fiori…) e ogni sua manifestazione erano ‘fratelli e sorelle’ e non solo andavano rispettate, ma anche amate, come un dono di Dio, compresa “sora nostra morte corporale”. Ma senza arrivare all’estremo amore per la natura di Francesco d’Assisi, anche Lucrezio, pur nella sua visione critica della Natura, non ignorava i momenti di felicità regalati da essa «… sdraiati tra amici sulla tenera erba, accanto a un ruscello, sotto i rami di un alto albero, senza grandi spese, ristoriamo il corpo piacevolmente, soprattutto quando… la stagione cosparge di fiori le verdeggianti erbe» (De Rerum Natura libro 2: 1-62).

La conseguenza di un rapporto basato sullo sfruttamento cieco delle risorse naturali ha portato oggi il pianeta ad una situazione di non sostenibilità ambientale. L’acqua dolce, la cui scarsità sul pianeta è nota, è un elemento indispensabile all’alimentazione umana e animale, alle attività produttive e soprattutto all’agricoltura che da sola ne consuma in media il 70% del totale, con punte del 90% nei paesi aridi. Oggi ci sono fiumi con portate drammaticamente ridotte per cattiva gestione delle acque e con inquinamento crescente, altri che non portano più acqua ai mari; laghi completamente prosciugati, con sconvolgimento dell’ecosistema non solo acquatico, ma anche di quello terrestre “alimentato” dal lago, con perdita di biodiversità e con distruzione dell’economia e del tessuto sociale della regione. Continua a essere molto alto il numero delle persone che bevono acqua non sanitizzata e il numero di bambini al di sotto dei cinque anni che muoiono per contaminazioni microbiologiche di queste acque. Questa risorsa, proprio per la sua scarsità, diventa – più che in passato – oggetto di tensioni sociali e conflitti per il suo controllo, che sovente sfociano in guerre, con le inevitabili conseguenze di distruzione e di peggioramento della qualità della vita soprattutto dei più deboli ed emarginati. Masse ingenti di esseri umani lasciano i loro territori in cerca di un lavoro “decente” (secondo la definizione dell’ONU) e di una vita dignitosa: sono i migranti ambientali, che si aggiungono ai rifugiati in questi dolorosi viaggi. Non sfuggono all’inquinamento neppure le acque degli oceani dove finiscono gli scarichi industriali non depurati trasportati dai fiumi, nonché le acque di lavaggio delle petroliere e le migliaia di tonnellate di plastiche galleggianti che vanno ad incrementare le superfici di isole artificiali costruite dal gioco delle correnti d’acqua e dei venti, fra cui la più grande e nota chiamata Great Pacific Garbage Patch.

Anche l’interesse per la terra e le sue aree naturali ancora conservate è andato scemando. Nessuno scrupolo per la straordinaria varietà di animali e di piante che esse conservano e del ruolo che giocano nel ridurre l’inquinamento dell’aria ha fermato il taglio delle foreste. Negli ultimi 15 anni (2010-2015) ne sono scomparse in media 3,3 milioni di ettari all’anno, con punte di 7 milioni nelle aree tropicali e subtropicali tra il 2000 e 2010. L’utilizzo di combustibili fossili da cui si produce ancora il 78% dell’energia, insieme con le modalità di gestione di attività industriali, agricoltura, trasporti, ha causato un incremento dei gas serra così grave da modificare il clima, aggravando il quadro della attuale situazione ambientale: innalzamento della temperatura accompagnato da bruschi abbassamenti e da eventi meteorologici estremi che crescono nel tempo, perché si fanno più frequenti, e nello spazio perché si manifestano anche in zone in passato non soggette a questi fenomeni. L’anticipazione delle stagioni sta disorientando molti animali, in particolare i migratori. Il riscaldamento del pianeta ha come prima conseguenza lo scioglimento dei ghiacciai, che rappresentano la riserva di gran lunga più cospicua di acqua dolce che ora si sta dissolvendo negli oceani, perdendosi quindi nell’acqua salata. Si registrano impatti sulle popolazioni di animali che vivono ai due poli e nelle regioni fredde dove si restringe sempre di più l’areale per alcune specie animali che non trovano più né il clima adatto né cibo a sufficienza; e si registrano danni anche negli oceani, dove l’innalzamento del livello dell’acqua ha già inghiottito cinque isole del Pacifico e sommerso villaggi costieri di altre isole. Aumenta anche l’aridità dei suoli e la desertificazione soprattutto nei paesi caldi, dove l’incremento di siccità causa perdita di produzione agricola. Fra le attività che hanno contribuito al riscaldamento globale va annoverata anche l’agricoltura che, in diverse regioni del pianeta, viene praticata con la logica della massimizzazione dello sfruttamento delle risorse naturali.

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È rimasto ben poco dell’alta considerazione che gli antichi Romani portavano all’agricoltura, compresi i grandi uomini politici e gli intellettuali; basti ricordare Cicerone: «Se presso la biblioteca avrai un orto non ti mancherà nulla». Il premio più qualificato per i legionari veterani, reduci dalle mille campagne militari, era l’assegnazione di appezzamenti di terreno, su cui si coltivava nel rispetto della fertilità dei suoli seguendo, fra le altre, la pratica del maggese. Curiosamente, tutte le antiche civiltà di diversi continenti (Assiri Babilonesi, Ebrei, Greci, Romani, Aztechi) praticavano la rotazione delle colture e/o il riposo della terra «Per sei anni seminerai il tuo campo e poterai la tua vigna e ne raccoglierai i frutti; ma il settimo anno sarà come sabato, un riposo assoluto per la terra» (Bibbia, Levitico 25:1-7). Pratiche che oggi vengono di nuovo riproposte per salvare la fertilità dei suoli anche dalla FAO. Oggi l’abbandono delle campagne avviene con un flusso continuo e da una decina di anni la popolazione urbana ha superato quella rurale; si prevede che nel 2050 il 70% della popolazione vivrà in città. Già oggi il fenomeno delle megalopoli sta esplodendo, con enormi consumi energetici e produzione di rifiuti.
L’alterazione del rapporto con la natura si accompagna strettamente al deterioramento dei rapporti umani e civili. Giustamente Papa Francesco, nell’Enciclica Laudato si’ (2015) scrive: «non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale se non prestiamo attenzione alle cause del degrado umano e sociale». Esiste una grande iniquità sociale sia all’interno di ogni singolo Paese sia tra i Paesi del nord e quelli del sud del mondo. Nonostante oggi si produca più di quanto sia necessario per sfamare l’intero pianeta e nonostante che per ottenere questo risultato si siano arrecati gravi danni all’ambiente, la fame non è stata ancora sradicata. E’ diminuita fortemente in percentuale (dal 34% del 1961 all’11% di oggi), ma in numero assoluto continuano a essere denutriti 795 milioni di persone; erano 850 nel 1961. Permane nel pianeta una percentuale alta di persone povere cui viene negata la possibilità di vivere dignitosamente con un lavoro decente.

L’illusione che il surplus dei Paesi ricchi potesse essere ridistribuito per sfamare il mondo è ormai tramontata. Le eccedenze rispetto alla domanda di alimenti prendono altre strade: vanno ad alimentare gli allevamenti zootecnici, a produrre bioenergie e vengono sprecate e gettate come rifiuto. Il tutto a spese di risorse ambientali, di inquinamento ambientale e di produzione di gas serra. Il concetto che le risorse della natura siano un bene comune da proteggere e tutelare per noi stessi, per la comunità e per le generazioni future è ignorato e si è consolidata l’idea che siano beni di consumo che si possono acquistare a poco prezzo, spesso senza neppure pagare per il loro ripristino dopo l’uso.
Il quadro negativo precedentemente delineato rappresenta il trend dominante: tuttavia si deve anche riscontrare una crescita di sensibilità verso la natura e le sue risorse per un ambiente pulito da difendere dall’urbanizzazione scriteriata, dall’inquinamento, dagli sprechi. Tanti sono i segnali che lo dimostrano: la scelta di vivere fuori dagli agglomerati urbani, di consumare cibi e merci prodotti in modo sostenibile, di praticare forme di turismo lontane da quelle di massa, al contatto con la natura. D’altronde in questi ultimi 60 anni, durante i quali la società ha subito i cambiamenti più radicali, si sono alzate voci di intellettuali di grande spessore che con i loro libri hanno scosso le coscienze favorendo la creazione di movimenti di opinione e gettando le basi per un recupero del rapporto tra uomo e natura, e degli uomini tra di loro. Il primo è stato il libro della scrittrice statunitense Rachel Carson, autrice di Primavera silenziosa, pubblicato nel 1962 con il quale si denunciavano gli effetti perversi dell’uso di pesticidi così potenti da sterminare anche uccelli, grilli, cicale, rane facendo precipitare le campagne in un silenzio profondo e innaturale. Il libro contribuì alla formazione di una coscienza ecologista e indusse il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti a rivedere la propria politica sui pesticidi. Un’altra pietra miliare è stato il libro I limiti dello sviluppo 1972 di Meadows et al., pubblicato in Italia dal Club di Roma. Il libro metteva in evidenza come la velocità con la quale popolazione, industrializzazione, sfruttamento delle risorse naturali e inquinamento crescevano, avrebbe portato, in assenza di interventi, a raggiungere i limiti dello sviluppo sul pianeta nell’arco di 100 anni. Nonostante le numerose contestazioni e le carenze di analisi, il libro ebbe il merito di far capire che le risorse del pianeta non erano infinite. Sono da ricordare anche Barry Commoner, l’ecologista americano che contribuì a sviluppare una ecologia moderna con le sue 4 leggi dell’ecologia e che diede il via alla costituzione di movimenti ecologisti organizzati, e Enzo Tiezzi che già negli anni ’80 lavorava in un contesto internazionale per gettare le basi del concetto di sviluppo sostenibile, e nel suo libro Tempi storici, tempi biologici (1984) prevedeva lo scenario che oggi viviamo: «C’è il rischio concreto di un abbassamento della qualità della vita, di una distruzione irreversibile di fondamentali risorse naturali, di una crescita economica e tecnologica che produce disoccupazione e disadattamento».

Dunque non è mai mancata la critica al modello di sviluppo dei Paesi occidentali e la capacità di illustrare e divulgare rischi ai quali si andava incontro, visione che il movimento ambientalista ha sostenuto e diffuso. Oggi sui temi dello sviluppo sostenibile si stanno impegnando anche le istituzioni: le Nazioni Unite con il lancio degli obiettivi per uno sviluppo sostenibile Millennium Developing Goals del 2015, la COP 21 con l’accordo sul Cambiamento climatico (2015), e la stessa Chiesa Cattolica con l’Enciclica Laudato si’ pure nel 2015. La scienza può fare molto, però ha dei limiti. Può studiare la realtà, cogliere e denunciare precocemente i segni del degrado delle risorse naturali, diffonderne la conoscenza, come hanno fatto i grandi studiosi ed ecologi citati e tanti altri in contesti più ridotti; possono fare anche di più: condurre ricerche utili a mettere in rilievo quali siano le tecnologie più adatte per operare, per utilizzare le risorse in modo ambientalmente sostenibile: come ridurre le emissioni gassose di ogni fonte e di ogni settore, come eliminare o ridurre la produzione di pesticidi e l’invasione di plastiche non degradabili nell’ambiente, come conservare la biodiversità.
La scienza tuttavia non può mettere in atto scelte politiche che solo governi e autorità sovranazionali hanno il compito di fare.
Oltre alla volontà politica è indispensabile che gli uomini, la società civile, le istituzioni politiche trovino il modo di ragionare insieme sul futuro della terra, che è l’unico pianeta che abbiamo e che non possiamo lasciare in condizioni disastrose perché negheremmo ai nostri discendenti la possibilità di continuare a vivere dignitosamente. Prendiamo atto, come scrive Luciano Valle, parafrasando Einstein, che «la modernità è finita e ha fallito. Bisogna costruire un nuovo umanesimo, altrimenti il pianeta non si salva».

Pubblicato in originale su micron 38

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