Sequenziato il genoma di un antico abitante di Pompei

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Sequenziato il genoma di un antico abitante di Pompei

Il DNA dell’uomo rispecchia la variabilità genetica della popolazione della penisola al tempo dell’impero romano e mostra anche caratteristiche assenti nel resto della popolazione italica che rimandano ad altri popoli d’Europa, Vicino Oriente e Africa. Il risultato aiuterà a chiarire quali erano le origini dei cittadini di Pompei, che per molto tempo aveva attirato persone dalla provenienza più diversa
di Martina Saporiti
www.lescienze.it

L’eruzione del Vesuvio che nel 79 d.C. distrusse Pompei è considerata la più letale della storia d’Europa. Morirono oltre 2000 persone, soffocate dalle ceneri e intossicate dalle inalazioni di monossido di carbonio e anidride carbonica. Oggi, l’area archeologica di Pompei è un sito dell’UNESCO: anni e anni di scavi hanno portato alla luce edifici e reperti che ci hanno permesso di scoprire come si viveva in questa città portuale dell’impero romano. Ma poco sappiamo sulla gente di Pompei: chi era, da dove veniva?

La risposta non è affatto scontata: “La popolazione italico-romana in epoca imperiale era ‘complessa’: pur avendo tratti genetici che la caratterizzano come relativamente unitaria, era costituita da individui le cui origini provenivano da molte regioni del mondo conosciuto dell’epoca, come probabile risultato di una dinamica di popolazione che durava da tempo”, spiega Fabio Macciardi, genetista all’Università della California a Irvine (UC Irvine).

Gli abitanti di Pompei sono ancora un mistero genetico, ma qualcosa si muove: un gruppo di ricerca delle università del Salento, di Roma Tor Vergata, di Copenaghen e della UC Irvine è riuscito a sequenziare per la prima volta l’intero genoma di un abitante di Pompei, un uomo sui 35-40 anni alto circa 1,64 metri, pubblicando i risultati su “Scientific Reports”.

I due individui rinvenuti nella “Casa del Fabbro” (stanza 9) di Pompei (Da: “Notizie degli Scavi di Antichità”, 1934, p. 286, fig. 10)

“Abbiamo provato ad analizzare il genoma completo di un individuo e ci siamo riusciti, sebbene si tratti di un genoma a bassa copertura, ovvero con ‘pezzi’ mancanti”, dice Gabriele Scorrano, paleogenetista all’Università di Copenaghen e primo autore dell’articolo, al tempo dello studio ricercatore all’Università degli Studi di Roma Tor vergata. Un risultato che incoraggia a proseguire questo tipo di indagini, nonostante sia molto difficile analizzare il DNA antico che nel tempo viene degradato dall’azione degli agenti ambientali.

Con Pompei, poi, le cose si complicano: “Rispetto al DNA estratto da resti umani provenienti da altri siti della penisola, sempre al tempo dell’Impero, quello pompeiano presenta un grado di degradazione molto più evidente – osserva Scorrano – probabilmente perché l’elevata temperatura delle ceneri vulcaniche, si ipotizza intorno ai 300 °C, ha sin da subito accelerato la degradazione”.

I campioni di DNA sequenziati sono stati prelevati dalla rocca petrosa, un piccolo frammento dell’osso temporale molto usato negli studi di DNA antico perché, rispetto ad altre ossa, permette di estrarre più materiale genetico. In verità, il gruppo aveva tentato anche con una donna, i cui resti sono stati trovati insieme a quelli dell’uomo in una stanza della Casa del Fabbro, ma il suo DNA si è rivelato troppo “spezzettato” per un’analisi e non si è riusciti a escludere la possibilità di una contaminazione con DNA moderno dovuta alla manipolazione dei campioni.

“Geneticamente parlando, il nostro uomo rispecchia la variabilità della popolazione della penisola al tempo dell’impero romano, ciò suggerisce che fosse uno del luogo e non fosse arrivato da altri paesi del bacino del Mediterraneo – ci spiega Scorrano, spiegando che il DNA sequenziato è stato confrontato con quello di oltre 1000 individui antichi, dal Paleolitico superiore al Medioevo, e quasi 500 uomini moderni di Europa e Asia occidentale – Tuttavia, il DNA mitocondriale e del cromosoma Y [che permettono di ricostruire la storia degli antenati di un individuo secondo la linea materna e paterna, rispettivamente, NdR]presentano caratteristiche assenti nel resto della popolazione italica che rimandano ad altri popoli d’Europa, Vicino Oriente e Africa, suggerendo che l’individuo fosse ‘figlio’ delle migrazioni avvenute nel corso di migliaia di anni. Riguardo invece alle somiglianze con gli uomini moderni, il DNA dell’uomo di Pompei è simile a quello della gente del centro Italia e della Sardegna, cioè conserviamo parte della sua eredità genetica.”

Oltre al DNA, i ricercatori hanno dato un’occhiata anche allo scheletro dell’uomo, scoprendo su una vertebra lombare le lesioni tipiche della tubercolosi di Pott, che non colpisce i polmoni ma appunto le ossa vertebrali. “La diagnosi è stata fatta con radiografie a raggi X, ma quando siamo andati a cercare il DNA del batterio Mycobacterium tuberculosis nei campioni estratti dalla rocca petrosa [in cui c’è un po’ di tutto, non solo materiale genetico umano ma anche quello dei microorganismi dell’ambiente e umani, NdR]non lo abbiamo trovato. O meglio, abbiamo trovato il DNA antico del genere Mycobacterium, ma non quello della specie. Questo per varie ragioni, per esempio perché il DNA del M. tuberculosis è simile al 99 per cento a quello delle altre specie di Mycobacterium e quindi è molto difficile da scovare, soprattutto in un campione antico.” Un’incertezza che forse si potrà risolvere studiando altri scheletri, anche per ricostruire l’affascinante storia della popolazione di Pompei.

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