Cavallette? Un flagello che dura da “almeno” 2.500 anni

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Cavallette? Un flagello che dura da “almeno” 2.500 anni

Ciò che sta avvenendo dal 2000 in poi, ha numerosi precedenti nella storia degli ultimi due millenni e mezzo. A dimostrazione che le locuste fanno parte del nostro destino più o meno da sempre, e non sono qualcosa di inedito della nostra quotidianità
di Donatello Sandroni
Tratto da Agronotizie

Siete come le cavallette!”. Una frase che talvolta le nonne indirizzano ai nipoti quando questi si avventano con troppa voracità sulle lasagne al forno o sulle pastarelle comprate per il pranzo domenicale in famiglia.

Non a caso, la voracità delle cavallette è proverbiale e affligge l’umanità da almeno 2.500 anni. Per lo meno stando alle testimonianze raccolte. Più probabile che le invasioni esistessero anche prima, ma che semplicemente non ne venisse riportata traccia dalle comunità antiche.

Quindi, saranno sì i cambiamenti climatici, come spesso si sente dire in televisione e come si legge sui giornali. Sarà sì la “perdita di biodiversità” ad aver pur avuto un ruolo. Ma di certo appare scorretto far passare tali invasioni come un inedito flagello causato solo dalla prepotenza dell’uomo sulla natura. Per comprendere tale evidenza, basta gettare lo sguardo oltre a quanto sta avvenendo nel 2020 e analizzare il fenomeno da un punto di vista storico oltre che ambientale.

Una piaga voracissima

 Note anche come locuste del deserto, o genericamente come “cavallette”, le Schistocerca gregaria sono ortotteri che appartengono alla famiglia Acridoidea. Voracissime, possono formare sciami di adulti talmente numerosi da raggiungere le decine di milioni di individui ciascuno. Dove arrivano, molto peggio di Attila e degli Unni, non cresce davvero più l’erba. Anche perché quella che c’era se la sono divorata tutta. Sono cioè quello che la Fao descrive come “the most destructive migratory pest in the world“, ovvero i più distruttivi parassiti migratori esistenti al mondo. Uno solo dei loro sciami può divorare in un giorno il cibo che sfamerebbe 35mila persone. In sostanza, uno sciame di 80-100 milioni di individui, che si può stimare pesi fra le 400 e le 600 tonnellate, può ingurgitare la stessa quantità di cibo che servirebbe a mantenere 2.100 tonnellate di esseri umani (peso medio 60 chilogrammi).

In compenso possono essere a loro volta utilizzate come fonte di cibo, cosa comune in molti Paesi. Essendo infatti ricche di proteine, le locuste possono essere viste come fonte di integrazione proteica e tale usanza trova riscontro anche nel Vangelo di Marco e nel Vangelo di Matteo: durante la sua permanenza nel deserto Giovanni Battista, secondo i due evangelisti, “mangiava locuste e miele selvatico“.

Le locuste nella storia

Proseguendo l’analisi in termini storici, oltre al succitato riferimento evangelico sembra che già nel IX secolo aC, le autorità cinesi abbiano nominato specifici incaricati per la lotta alle locuste. Non si sa però né dove, né come. Nell’Iliade, scritta nel VI secolo aC a descrizione della guerra di Troia, vengono parimenti citate le cavallette, studiate perfino da Aristotele e citate parimenti da Tito Livio per un’invasione localizzata a Capua nel 203 aC.

Una delle primissime tracce documentali delle locuste quali piaghe che affliggono l’agricoltura è riportata anche dalla Bibbia (Esodo, 10), a descrizione di fatti avvenuti nel periodo della seconda permanenza degli Ebrei in Egitto, prima che Mosè li conducesse verso i territori che sarebbero in seguito divenuti il Regno di Israele.

Leggendo i passi della Bibbia dedicati a tale periodo si apprende infatti che:

Mosè e Aronne entrarono dal faraone e gli dissero: “Dice il Signore, il Dio degli Ebrei: Fino a quando rifiuterai di piegarti davanti a me? Lascia partire il mio popolo, perché mi possa servire. Se tu rifiuti di lasciar partire il mio popolo, ecco io manderò da domani le cavallette sul tuo territorio. Esse copriranno il paese, così da non potersi più vedere il suolo: divoreranno ciò che è rimasto, che vi è stato lasciato dalla grandine, e divoreranno ogni albero che germoglia nella vostra campagna. Riempiranno le tue case, le case di tutti i tuoi ministri e le case di tutti gli Egiziani, cosa che non videro i tuoi padri, né i padri dei tuoi padri, da quando furono su questo suolo fino ad oggi!“.

Circa il profetico colloquio con il faraone esistono ovviamente dubbi sia andata realmente così. Di dubbi ve ne sono invece pochi quanto alle nefaste conseguenze di un’invasione di cavallette che devastò l’Egitto nei millenni passati, quando a capo del regno era probabilmente il faraone Thutmose III, coevo di Mosè. Ma anche prima: non a caso, gli antichi Egizi scolpirono locuste sulle proprie tombe per un periodo compreso fra il 2470 e il 2220 aC, a riprova di quanto questi insetti avessero impattato la memoria di quelle antiche popolazioni.

Infatti, anche nella Bibbia si riporta che “Le cavallette salirono su tutto il paese d’Egitto e si posarono su tutta l’estensione dell’Egitto. Erano numerosissime: prima non ce n’erano mai state tante, né mai più tante ce ne saranno. Esse coprirono la superficie di tutto il paese, al punto che ne rimase oscurato, e divorarono tutta la vegetazione del paese e tutti i frutti degli alberi che la grandine aveva risparmiato. Non rimase nulla di verde, né albero né pianta del campo, su tutto il paese d’Egitto“.

Sul fatto che mai se ne fosse viste così tante, come si afferma nella Bibbia, si può benissimo credere. Sul fatto che mai più ve ne sarebbero state di analoghe si può invece dissentire: questa “piaga” si ripeté infatti molte volte nei secoli successivi anche senza il bisogno di punire Faraoni ostinatisi a non lasciare andar via qualche popolo ospite del paese nordafricano.

Per esempio, nella primavera del 1747 le aree agricole nei dintorni di Damasco, in Siria, vennero invase dalle locuste che distrussero colture e vegetazione spontanea. I cronisti dell’epoca riportano quanto detto da un locale barbiere, tal Ahmad al-Budayri, che descrisse le locuste come “venute come una nuvola nera. Hanno coperto tutto: gli alberi e le colture. Che Dio Onnipotente ci salvi!“. In effetti, anche nel Corano sono riportati passaggi in cui tali piaghe vengono descritte.

Le invasioni di locuste si sono poi ripetute diverse volte nel tempo, presentando il conto della loro voracità almeno cinque volte solo nel secolo scorso, cui se n’è aggiunta una sesta a inizio del Terzo millennio. Nel XX secolo se ne sono registrate di gravissime, sempre in Africa e in area mediorientale, fra il 1926 e il 1934; poi fra il 1940 e il 1948, come pure dal 1949 al 1963 con oscillazioni, scomparse e ricomparse quasi continue in diverse aree geografiche.

Fra le più recenti, quella occorsa fra il 1967 e il 1969, seguita poi da un’altra fra il 1986 e il 1989, nonché dall’ultima di grandi proporzioni, prima di quella attuale, registratasi in gran parte dell’Africa occidentale nel 2003-2004. Alcune piogge insolitamente abbondanti crearono in quegli anni le condizioni favorevoli alla moltiplicazione dell’insetto, il quale mostrò i primi focolai in Mauritania spostandosi poi nel Mali, in Niger e Sudan. Gli sciami si espansero poi a nord, in Marocco e Algeria, attraversando l’Africa settentrionale, arrivando fino all’Egitto e proseguendo poi fino alla Giordania e a Israele. Del resto, se le cavallette possono spostarsi in volo fino a 150 chilometri al giorno, non stupisce siano in grado di espandersi velocemente su ampie porzioni del Globo. Il costo delle operazioni contro tali infestazioni di inizio millennio è stato stimato in 122 milioni di dollari americani, mentre il danno alle colture oscillerebbe intorno ai 2,5 miliardi.

Particolarmente pesante anche l’invasione del 1966-1969 in Africa, Medio Oriente e Asia, con le locuste che si stima siano aumentate da due a 30 miliardi nell’arco di sole due generazioni. Del resto, una femmina di locusta può deporre dalle 80 alle 160 uova per almeno un paio di volte l’anno, potendo arrivare fino a cinque. Purtroppo, a causa del rarefarsi del cibo, l’area coperta dagli insetti diminuì nel frattempo da oltre 100mila chilometri quadrati a soli 5.000, moltiplicando così la densità e quindi la distruttività degli sciami.

Le locuste oggi

Nel 2020, quindi, si è giunti purtroppo all’ennesima invasione di locuste, definita dalla Fao “la peggiore in Etiopia e Somalia negli ultimi 25 anni e la peggiore in Kenya negli ultimi 70 anni”. Sebbene anche l’Iran non se la sia passata particolarmente bene con questo fitofago.

Al fine di fronteggiare tale calamità, perfino alcune multinazionali del settore fitochimico si sono attivate per donare insetticidi alle popolazioni colpite, come per esempio fatto recentemente da Bayer con l’invio di 170 tonnellate di Decis Ulv atto a trattare almeno 170mila ettari di territorio.

Non si sa oggi per quanto tale piaga persisterà ancora, visto che le precedenti infestazioni si sono manifestate sempre nell’arco di alcuni anni. Di certo, così come le locuste hanno devastato campi coltivati e vegetazione spontanea per almeno due millenni e mezzo (e forse più di quattro), vi è da pensare che anche in futuro presenteranno periodicamente il conto della loro voracità. Sperando che per le prossime volte non vengano presentate ancora quali fenomeni mai visti nella storia dell’uomo.

Le cavallette in Italia

Nemmeno l’Italia pare avulsa da tali invasioni, però, come recentemente avvenuto anche in Sardegna seppur in tono molto minore rispetto all’Africa.

Del resto, l’isola mediterranea patisce di tali periodici flagelli pressoché da sempre. Roberto Pantaleoni, entomologo della facoltà di Agraria di Sassari, ricorda infatti come fin dagli anni ’30 e proseguendo fino al secondo dopoguerra le cavallette abbiano infestato più volte l’isola, obbligando a ripetuti e massicci trattamenti con arseniti di sodio, insetticidi che si dubita fortemente avrebbero superato il processo di Revisione europea. La loro prolungata permanenza nell’ambiente potrebbe infatti essere ancora oggi causa di diverse patologie che affliggono l’isola.

Dal 1946 in poi, però, fu l’esaclorocicloesano a debellare la piaga in Sardegna e in altre aree del Paese, facendo peraltro il successo di un’azienda italiana da poco nata e ancora oggi attiva nel settore della fitochimica, sebbene con ben altri prodotti. Ovvero la Sipcam

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