E se entrassimo in contatto con una civiltà aliena? Cosa potrebbe accadere?

0

E se entrassimo in contatto con una civiltà aliena? Cosa potrebbe accadere?

Non sappiamo che cosa potrebbe accadere se entrassimo in contatto con forme di vita intelligente extraterrestre. Un protocollo stabilito a livello internazionale prevede diversi passaggi, fino all’annuncio ufficiale della scoperta di una civiltà aliena, una notizia  capace di rivoluzionare le concezioni tradizionali sul nostro posto nell’universo
di Emiliano Ricci
www.lescienze.it

La fantascienza ci ha da tempo abituato all’idea che l’umanità possa entrare in contatto con civiltà aliene. Fin dai primi racconti di viaggi interplanetari e avventure spaziali nel XIX secolo, la letteratura fantascientifica ha gradualmente sviluppato un ampio e variegato repertorio di narrazioni che ruotano attorno all’incontro con extraterrestri di varia provenienza. Opere pionieristiche come La guerra dei mondi di H.G. Wells, pubblicata per la prima volta nel 1898, hanno catturato l’immaginazione dei lettori con l’idea di una Terra invasa da marziani ostili, aprendo la strada a un filone inesauribile di storie che esplorano le conseguenze dell’interazione con forme di vita aliene.

Il cinema ha poi amplificato questa narrazione, a partire da film come Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg, del 1977, fino ad arrivare ad Arrival, del 2016, di Denis Villeneuve (tratto dal racconto Storia della tua vita, di Ted Chiang), solo per citare due film in cui la civiltà aliena non è ostile e il contatto si svolge in maniera pacifica (seppure sempre sotto l’immancabile supervisione di qualche comando militare pronto a fare fuoco a ogni evenienza). Questi, assieme a pellicole che ritraggono alieni ostili, come Indipendence Day e Mars Attacks!, hanno contribuito in maniera significativa a plasmare l’immaginario collettivo riguardo agli incontri con gli alieni.

Parallelamente agli sviluppi del filone fantascientifico, nel corso degli ultimi settanta anni, anche alcuni astronomi hanno iniziato a occuparsi di civiltà aliene, dedicandosi in particolare alla ricerca di forme di vita intelligenti nella nostra galassia (SETI, da search for extra-terrestrial intelligence). Nell’ipotizzare una potenziale comunicazione extraterrestre i pionieri furono l’italiano Giuseppe Cocconi e lo statunitense Philip Morrison, che nel 1959 pubblicarono un breve articolo nella rivista “Nature” intitolato Searching for Interstellar Communications (Alla ricerca di comunicazioni interstellari). Nello studio, i due esploravano per la prima volta le possibilità offerte dalla radioastronomia moderna per affrontare sperimentalmente il problema della comunicazione extraterrestre, stabilendo alcune linee guida fondamentali per questo tipo di ricerca. L’anno successivo, nel 1960, ispirandosi al lavoro di Cocconi e Morrison, l’astronomo statunitense Frank Drake fece i primi tentativi di ricezione col radiotelescopio di Green Bank, negli Stati Uniti. In seguito, lo stesso Drake sviluppò la celebre formula, che oggi porta il suo nome, per calcolare la probabilità di esistenza di forme di vita intelligenti su altri pianeti.

Ora, al di là di quanto immaginato con dovizia di particolari dai vari autori di fantascienza, in realtà non sappiamo che cosa potrebbe realmente accadere se entrassimo davvero in contatto con una civiltà aliena. O, meglio, un’idea ce la stiamo facendo da un po’ di tempo, ma è ancora piuttosto vaga. “Sì, in effetti esiste un protocollo stabilito a livello internazionale che prevede diversi passaggi, fino all’annuncio ufficiale della scoperta di vita extraterrestre: è il cosiddetto ‘Protocollo SETI’, risalente al 2010, che attualmente è in fase di revisione per un necessario aggiornamento, dedicato proprio agli aspetti riguardanti il post-rilevamento”, risponde a “Le Scienze” John Elliott, coordinatore del SETI Post Detection Hub (Centro di post-rivelazione del SETI), inaugurato a novembre 2022 presso la University of St Andrews, nel Regno Unito.

Frutto della revisione di un precedente documento risalente al 1989, il documento intitolato Dichiarazione di principi sulla condotta della ricerca di intelligenza extraterrestre (e chiamato in breve Protocollo SETI), venne approvato all’unanimità dal Gruppo di studio permanente SETI dell’Accademia internazionale di astronautica (The International Academy of Astronautics), in occasione della riunione annuale tenutasi a Praga il 30 settembre 2010, e si occupa appunto di fornire indicazioni su come comportarsi in caso di ricezione di un segnale potenzialmente proveniente da una civiltà aliena.

I protocolli previsti di ricerca per la gestione della conferma del rilevamento, degli annunci successivi e della trasparenza sono ben formati e completi nelle loro indicazioni. Tuttavia, come puntualizza Elliott, non sono vincolanti per nessuno: il Protocollo SETI è stato concepito per fornire principi generali, piuttosto che i dettagli di come si svolgerà la ricerca. Il lavoro che sta svolgendo il SETI Post Detection Hub è proprio quello di sviluppare protocolli dettagliati per tutti gli scenari probabili, in modo da disporre di piani dettagliati. In effetti, i vari documenti di post-rilevamento trattano non solo delle modalità che gli scienziati SETI devono seguire nel rilevamento, nell’analisi, nella verifica e nell’annuncio di un’eventuale scoperta, ma arrivano anche a valutare se e come rispondere ai segnali provenienti da civiltà extraterrestri.

Uno dei problemi principali da affrontare, nell’ipotesi che il contatto sia comunque a distanza e non del terzo tipo come quelli dei film citati sopra (in qual caso, siamo certi, interverrebbero i militari con i relativi protocolli di sicurezza), è proprio quello di informare il pubblico, che sarebbe per la prima volta esposto a una notizia capace di rivoluzionare le concezioni tradizionali sulla vita extraterrestre e sul nostro posto nell’universo. La diffusione di una notizia di questo genere richiederebbe una gestione accurata per evitare panico, confusione e reazioni potenzialmente pericolose da parte della popolazione.

“Il Protocollo SETI”, prosegue Elliott, “fa riferimento alla trasparenza – annuncio pubblico della scoperta – una volta confermata la natura aliena del segnale ricevuto, ma non ai dettagli, poiché questo esula dalla sua funzione di guida generale. Le strategie di divulgazione sono un aspetto attualmente in fase di studio, per aggiornare il protocollo al mondo odierno dei social media: si tratta di una sfida continua, in quanto la tecnologia evolve continuamente e così il suo impatto sulla nostra capacità quotidiana di comunicare”.

Dai primi tentativi di Drake a oggi, il programma SETI si è evoluto, e adesso è un insieme di varie iniziative scientifiche che coinvolgono sia università e centri di ricerca pubblici, che organizzazioni e fondazioni private. “I progetti principali sono la Breakthrough Listen Initiative [lanciata nel luglio 2015 dal magnate russo (con cittadinanza israeliana) Yuri Milner, NdA], che cerca segnali radio, e il Galileo Project, diretto e fondato da me nel luglio 2021, che cerca oggetti vicini alla Terra che potrebbero essere stati prodotti da civiltà tecnologiche extraterrestri”, risponde a “Le Scienze” l’astronomo Abraham (Avi) Loeb, direttore dell’Institute for Theory & Computation della Harvard University a Cambridge, negli Stati Uniti.

“Gli strumenti e le tecnologie impiegati tipicamente in questo ambito sono telescopi radio e ottici per cercare segnali radio o laser. Il Galileo Project, invece, ha costruito un nuovo tipo di osservatorio, che monitora l’intero cielo nell’infrarosso, nel visibile e nel radio, e raccoglie segnali audio dall’atmosfera. Oltre a questo, abbiamo anche realizzato una spedizione nell’Oceano Pacifico per cercare i materiali della prima meteora interstellare riconosciuta, IM1, caduta nell’Oceano Pacifico nel 2014, proveniente dall’esterno del sistema solare”, spiega.

Il Galileo Project in effetti non si limita a cercare segnali elettromagnetici provenienti da intelligenze extraterrestri, ma, in maniera complementare al programma SETI tradizionale, cerca anche oggetti fisici – firme tecnologiche aliene, quindi, invece di quelle biologiche – sulla Terra e nelle sue vicinanze, andando anche incontro al nuovo corso del governo statunitense, che da qualche tempo sta promuovendo un approccio più attivo nell’indagine e nell’esplorazione delle possibili interazioni con civiltà extraterrestri, partendo proprio da una maggiore apertura nei confronti dei cosiddetti “fenomeni aerei non identificati” (UAP, da Unidentified Aerial Phenomena, espressione che adesso si preferisce a UFO, Unidentified Flying Object, perché di carattere più generale). Ambito in cui, appunto, il Galileo Project dovrebbe operare.

Fra gli oggetti che Loeb vorrebbe studiare c’è anche il primo asteroide interstellare, ‘Oumuamua, scoperto nel 2017, che, secondo lo stesso Loeb, potrebbe in realtà essere un pezzo di tecnologia avanzata creato da una lontana civiltà aliena, come ipotizza nel suo libro Extraterrestrial (Non siamo soli, Mondadori, 2022). “La sfida principale della ricerca di vita extraterrestre è che non sappiamo assolutamente che cosa aspettarci e potremmo stare cercando le cose sbagliate. E anche per quanto riguarda l’annuncio di un’eventuale scoperta, la sfida è garantire che questa sia autentica e reale”, aggiunge Loeb.

Ma, a differenza di quanto si vede spesso nei film, dove sembra che gli alieni siano interessati a interagire solo con gli statunitensi, molte altre nazioni sono coinvolte nelle iniziative SETI, compresa l’Italia. “A livello nazionale l’Istituto nazionale di astrofisica (INAF) partecipa attivamente al progetto SETI con i suoi tre radiotelescopi dislocati nel territorio italiano: il Sardinia Radio Telescope (SRT) vicino a Cagliari, i radiotelescopi di Medicina vicino a Bologna, e il radiotelescopio di Noto in provincia di Siracusa”, conferma a “Le Scienze” Andrea Melis, dell’INAF – Osservatorio astronomico di Cagliari, responsabile INAF del progetto SETI presso i tre radiotelescopi SRT, Medicina e Noto e membro del SETI Permanent Committee dell’Accademia internazionale di astronautica. “SRT e Medicina sono già pienamente operativi in ambito SETI mentre Noto lo sarà molto presto.” SRT, in particolare, è parte del Breakthrough Listen Program dal 2021, con ricerche condotte su decine di esopianeti candidati a ospitare la vita, nonché con una mappatura completa del centro galattico a diverse frequenze. Dopo il recente aggiornamento del telescopio, il SRT riprenderà le osservazioni SETI dal 2024.”

Un aspetto fondamentale di questo genere di ricerca riguarda gli indicatori o le prove che cercano gli scienziati per determinare la presenza di vita intelligente al di fuori della Terra. “L’indicatore principale è uno – risponde Melis – individuare, nei segnali ricevuti dai radiotelescopi, segni di artificialità o ripetibilità, poiché non possono essere stati prodotti in modo naturale dalle normali emissioni delle radiosorgenti. Un esempio, usato anche in ambito cinematografico nel film Contact, è quello in cui dovessimo ricevere una sequenza di numeri primi (2, 3, 5, 7, 11, 13, 17, 19 e così via); tale sequenza non può essere generata in modo naturale, occorre necessariamente un sistema intelligente che la genera e la invia.” Naturalmente, le forme di artificialità possono essere molto più complesse e articolate, ed è per questo che i radioastronomi usano algoritmi di machine learning e intelligenza artificiale sempre più avanzati e progettati appositamente per queste ricerche.

Il segnale storicamente conosciuto come “Wow!” è senz’altro il più famoso e discusso, perché effettivamente somigliava molto a quello che i radioastronomi si aspettano. Venne rilevato il 15 agosto 1977 dal radio telescopio Big Ear della Ohio University, e la sua intensità unita a una banda insolitamente stretta fecero esclamare allo scopritore, l’astronomo Jerry R. Ehman, l’espressione che poi ha dato il nome al segnale stesso. Tuttavia, come spiega ancora Melis, per poterlo classificare come segnale SETI, il protocollo è molto chiaro: il segnale deve essere ricevuto non una volta soltanto ma più volte, possibilmente anche da altri radiotelescopi una volta informati del primo rilevamento. Purtroppo, invece, nonostante numerosi tentativi, il segnale non fu più ricevuto. Negli anni, i segnali sospetti ricevuti da vari radiotelescopi (compreso quello di Medicina, nel 2006) sono stati innumerevoli, ma nessuno ha mai superato la prova della replicabilità.

“Per quanto riguarda le modalità di comunicazione della notizia della scoperta, i protocolli di gestione dell’annuncio esistono, certo”, commenta Melis. “Tuttavia, realisticamente parlando, coloro che avranno la certezza scientifica di avere davvero intercettato un segnale proveniente da una civiltà aliena potrebbero per esempio svelare la scoperta a parenti e amici, e in poche ore la notizia verrebbe rimbalzata nei social network e siti web di tutto il mondo.”

Così, mentre la fantascienza ci ha invitato a considerare le implicazioni culturali, scientifiche e filosofiche di tali incontri, con racconti che spaziano dalle rappresentazioni di alieni ostili e invasori alle narrazioni più ottimistiche di collaborazione e comprensione reciproca tra diverse civiltà, nella realtà siamo ancora lontani dallo scoprire quell’intelligenza aliena che arriverà a rivoluzionare la nostra comprensione del cosmo e delle nostre stesse radici cosmiche. Resta quindi ancora aperto il mistero di quando e come avverrà questo incontro epocale che potrebbe trasformare il destino non solo della nostra specie, ma del nostro pianeta.

Share.

Leave A Reply