Il plancton sta rendendo l’inquinamento da plastica degli oceani ancora più disastroso

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Il plancton sta rendendo l’inquinamento da plastica degli oceani ancora più disastroso

Microrganismi che vivono in sospensione nei mari sono in grado di triturare la plastica, trasformandola in minuscoli pezzi, ancora più pericolosi per gli ecosistemi e per gli esseri umani, perché possono penetrare più facilmente nel flusso sanguigno e in profondità nei polmoni, o entrare nella catena alimentare
di Meghan Bartels/Scientific American
www.lescienze.it

Secondo una nuova ricerca, minuscole creature rosicchiano la plastica che gli esseri umani riversano nell’ambiente, rendendo l’inquinamento meno visibile ma potenzialmente più problematico che mai.

In questo lavoro, pubblicato su “Nature Nanotechnology”, gli autori hanno somministrato piccoli frammenti di plastica fluorescente al plancton costituito da rotiferi e hanno osservato che cosa succedeva. Le loro osservazioni e analisi suggeriscono che in un solo giorno, uno di questi minuscoli animali in un ambiente ricco di plastica può produrre oltre 300.000 particelle di nanoplastica più piccole di un micrometro (un milionesimo di metro), cioè una frazione delle dimensioni di un globulo rosso umano.

La nanoplastica è una delle principali preoccupazioni nell’ambito del più ampio problema delle microplastiche, che coprono un’ampia gamma di dimensioni, da un micrometro a cinque millimetri. Le dimensioni ancora più ridotte delle nanoplastiche potrebbero renderle particolarmente dannose per gli esseri umani e l’ambiente, perché possono penetrare più facilmente nel flusso sanguigno e in profondità nei polmoni. Possono anche essere ingerite da piccoli animali ed entrare  nella catena alimentare. Il nuovo studio, che va a integrare un crescente numero di ricerche che dimostrano come l’inquinamento da plastica si estenda dalle fosse oceaniche più profonde fino all’atmosfera, fa luce sulla sorprendente rapidità con cui la plastica può proliferare.

“Sappiamo che le microplastiche finiscono per diventare nanoplastiche, ma non pensavamo che accadesse così velocemente”, afferma Jacqueline Padilla-Gamiño, biologa marina dell’Università dello Stato di Washington, che non ha partecipato alla nuova ricerca. Anche altre forze naturali, in particolare la luce del Sole, frammentano la plastica in pezzi progressivamente più piccoli, ma agiscono più lentamente.

Gli scienziati che hanno effettuato la nuova ricerca sono stati ispirati da uno studio del 2018 che ha dimostrato che il krill antartico è in grado di frammentare le microplastiche in nanoplastiche. Questi animali vivono però in ambienti estremamente freddi e meno inquinati. I ricercatori del nuovo lavoro volevano capire se lo stesso fenomeno si verificasse anche in animali che vivono in acque più calde e piene di plastica, afferma il coautore dello studio Baoshan Xing, scienziato ambientale e del suolo all’Università del Massachusetts ad Amherst, negli Stati Uniti.

La scelta dei rotiferi è stata ovvia, perché sono comuni e dotati di quelli che gli scienziati chiamano trofi, macinatori specializzati per trattare la loro dieta a base di alghe e altri piccoli bocconi. “I rotiferi hanno un apparato masticatore speciale, come i denti”, spiega Xing.

Xing e i suoi colleghi hanno scoperto che diverse specie di rotiferi decompongono effettivamente la microplastica. Alcuni esperimenti hanno suggerito che alcuni batteri ed enzimi possono digerire la plastica rompendo le molecole stesse di cui è composta, cambiandole chimicamente in composti benigni e riducendo la quantità di plastica nell’ambiente. Ma i ricercatori hanno trovato un risultato diverso e meno ottimista: i rotiferi si sono limitati a frammentare la plastica, scorticandola e creare così pezzi sempre più piccoli. Gli scienziati hanno testato diversi tipi di plastica, oltre a quella indebolita dall’esposizione alla luce, e tutti sono risultati vulnerabili ai trofi dei rotiferi.

Secondo Xing, è improbabile che i rotiferi siano gli unici ad avere la sorprendente capacità di fare a pezzi la microplastica. “Pensiamo che tutti gli organismi con quel tipo di apparato masticatorio abbiano un processo simile”, afferma. Lui e i suoi colleghi intendono effettuare indagini analoghe usando altre specie, in particolare animali che vivono nel suolo piuttosto che nell’acqua, per capire come il fenomeno possa svolgersi in una più ampia varietà di ecosistemi.

Secondo Padilla-Gamiño, la nuova ricerca rappresenta un passo importante verso la comprensione di quello che accade alla plastica nel corso della sua lunga vita, fino a centinaia di anni, nell’ambiente. “Abbiamo fatto enormi progressi nella comprensione della quantità di plastica, ma ci sono ancora molte controversie sui diversi percorsi della plastica”, afferma Padilla-Gamiño. “Credo che questo sia uno studio molto interessante che mette in luce uno di questi percorsi”.

E ci ricorda anche di non trascurare le piccole e strane forme di vita con cui condividiamo il nostro pianeta. “È incredibile come queste piccole creature abbiano un potere così grande”, afferma Padilla-Gamiño.

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