UNO SGUARDO IN STRATOSFERA, SENZA ANDARE A FACILI CONCLUSIONI

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UNO SGUARDO IN STRATOSFERA, SENZA ANDARE A FACILI CONCLUSIONI

UNO SGUARDO IN STRATOSFERA, SENZA ANDARE A FACILI CONCLUSIONI

di Andrea Corigliano – Fisico dell’Atmosfera

Non sono solito parlare delle dinamiche atmosferiche oltre la troposfera che, come è noto, è il volume dell’atmosfera a contatto con il suolo in cui avvengono i fenomeni meteorologici. Non lo faccio perché negli anni ho notato che, piuttosto spesso, le analisi delle evoluzioni che riguardano il riscaldamento della stratosfera polare – noto come «stratwarming» – non vengono lette con il dovuto distacco e si tende, spesso, a saltare a facili conclusioni ignorando non solo quanto è complesso il fenomeno in questione, ma anche quanto è altrettanto complesso comprendere le conseguenze che proprio questo fenomeno può avere in troposfera, fino a condizionare le dinamiche che analizziamo e commentiamo giorno dopo giorno.

Un riscaldamento stratosferico polare è indotto da un’iniezione di energia e di quantità di moto da parte delle onde planetarie che in troposfera si possono sviluppare molto in altezza fino a sconfinare proprio nella stratosfera e qui disturbare il Vortice Polare, cioè la circolazione ciclonica che racchiude il serbatoio di aria gelida che si forma nella stagione invernale.

In questo caso il Vortice Polare si indebolisce e, a seconda dell’intensità della forzante, può modificare la propria forma a tal punto da arrivare anche a rompersi in due o più lobi che vanno a posizionarsi a latitudini più meridionali rispetto a quelle polari perché qui, proprio a seguito di questa evoluzione, prende forma un anticiclone polare e quindi una circolazione opposta che inverte il verso di moto del flusso. Ammesso e non concesso che il segnale di questo indebolimento del Vortice Polare in stratosfera riesca poi a propagarsi in troposfera e a ridisegnare così la circolazione anche a quote inferiori incentivando per esempio lo sviluppo degli scambi meridiani delle masse d’aria, ecco che aumenta la probabilità di avere irruzioni di aria gelida verso le basse latitudini, dove si trova anche l’Italia ma… non solo l’Italia.

È proprio questo il punto: alle basse latitudini non ci siamo solo noi! Da quando il Generale Andrea Baroni parlò per la prima volta del fenomeno del riscaldamento stratosferico polare alla fine del dicembre del 1984, da cui scaturì l’ondata di gelo del gennaio successivo che colpì l’Europa e la nostra penisola, sembra che da tutti i fenomeni di stratwarming nascano le condizioni per vedere le masse di aria artica dirette verso il Mediterraneo centrale. No, non è assolutamente vero, anche se come al solito chi fa (dis)informazione in merito lascia intendere proprio questo per puri scopi commerciali.

È ovvio, infatti, che nel momento in cui si sviluppano le condizioni per evoluzioni di questo tipo, sono sempre le equazioni di governo della dinamica atmosferica – risolte dai modelli numerici di previsione – a definire le traiettorie delle correnti gelide con tutto il bagaglio di incertezza che si portano dietro nel momento in cui si allunga la distanza temporale della previsione: insomma, sono concetti che dovrebbero essere già noti e su cui non vale la pena dilungarsi ulteriormente. Questa doverosa premessa è utile per parlare della situazione che sembrerebbe prospettarsi nei prossimi giorni proprio sulla stratosfera polare. Sulla verticale del Polo, infatti, nei primi giorni di febbraio si verificherà un importante riscaldamento che andrà probabilmente a concretizzarsi tra l’area canadese e quella siberiana passando per la Groenlandia (fig. 1 di Guido Cioni, che ringrazio).

Come detto, l’effetto di questo processo sarà quello di destabilizzare il Vortice Polare la cui posizione, attualmente disposta a ellissoide allungato soprattutto verso il Nord America, potrebbe subire una contrazione come se si trovasse due spine sul fianco di natura anticiclonica. Anche se trattiamo di dinamiche stratosferiche che sono più predicibili rispetto a quelle che si verificano in troposfera, per analizzare la possibile evoluzione del fenomeno è sempre doveroso seguire l’approccio probabilistico. A tal proposito, si può allora osservare come lo scenario medio emergente come segnale dominante a cavallo tra la prima e la seconda decade di febbraio vada a modificare la struttura ciclonica del Vortice facendole assumere una forma a occhiale sbilanciata verso l’area siberiana (fig. 2).

In questo segnale medio non si evidenzia quindi, per il momento, una completa rottura del Vortice in due o più lobi distinti, ma si nota comunque una figura depressionaria la cui dinamica sarà molto probabilmente condizionata dall’azione a tenaglia dei due campi anticiclonici che, inevitabilmente, andranno a modificare il moto di circolazione del flusso attorno ad essa.

Il flusso zonale, che corre da ovest verso est, dovrebbe così subire un rallentamento che, stando alle attuali proiezioni, inizierà proprio nei prossimi giorni per proseguire almeno fino all’inizio della seconda decade di febbraio (fig. 3). Si tratta ovviamente di una prima stima che dovrà essere definita in modo più accurato nei prossimi giorni alla luce dei nuovi aggiornamenti, come viene lasciato intendere dagli scenari stessi che presentano ancora una notevole dispersione attorno alla loro media. Al di là di questo particolare, è comunque importante notare che il segnale dominante tenderebbe ad avvicinarsi al decimo percentile della climatologia del modello (10° P) e, proprio per questo, si tratterebbe di una dinamica che acquista una certa importanza.

Non ci troviamo però ancora nelle condizioni di poter ritenere probabile o molto probabile un’inversione delle correnti, cioè di prevedere un rallentamento del flusso che arriverebbe addirittura a invertire il proprio verso di percorrenza da zonale ad anti-zonali: come infatti si può osservare, gli scenari presenti laddove le velocità sono negative (rettangolo in blu) sono certamente aumentati rispetto alle proiezioni dei giorni scorsi ma restano ancora in minoranza rispetto a quelli che, pur rimarcando un indebolimento della zonalità, evidenziano comunque un segnale ovest-est ancora attivo. Affinché si concretizzi una netta inversione del flusso e l’avvento di velocità negative, il segnale anticiclonico deve diventare più forte e condizionare maggiormente la struttura del Vortice Polare con quel processo di rottura di questa figura in due o più lobi che, come detto, non è ancora evidente nel segnale dominante. Bisognerà quindi seguire passo dopo passo le modifiche che sicuramente saranno apprezzate nei prossimi aggiornamenti e, in generale, sarà necessario osservare se e come questa complessa dinamica potrebbe condizionare anche le vicissitudini in troposfera. Insomma, siamo ancora in alto mare prima di avere segnali robusti su quello che potrebbe succedere o meno in Europa e nel Mediterraneo a seguito di questo fenomeno di stratwarming che è sicuramente interessante, ma che spesso viene tirato… per la giacca per confezionare previsioni gelide e nevose come se nulla fosse. Come se tutto fosse consequenziale. Non funziona così. Scusatemi la lunghezza dell’articolo, ma per completezza credo che andasse scritto tutto per avere un quadro abbastanza realistico della situazione. Grazie per essere arrivati fin qui. Un abbraccio a tutti e buon fine settimana.

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