Antartide nucleare: le tracce invisibili dell’atomo nel continente più remoto del pianeta
Dai test nucleari atmosferici della Guerra Fredda al primo e unico reattore installato sul continente antartico: una storia poco conosciuta che mostra come nemmeno l’Antartide sia rimasta immune all’era dell’energia atomica
di Laura Alfonsi
tratto da INGVAMBIENTE
Nell’immaginario collettivo l’Antartide rappresenta il luogo incontaminato per eccellenza: un continente remoto, ostile, apparentemente estraneo alle grandi contraddizioni della storia umana. Eppure, anche qui, le tracce delle attività dell’uomo sono arrivate silenziose, invisibili, ma misurabili.
Sebbene il territorio antartico non sia mai stato teatro diretto di esplosioni nucleari a scopo bellico, il continente è stato comunque raggiunto dal fall-out radioattivo globale prodotto dai numerosi test nucleari atmosferici condotti tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento.

La memoria del ghiaccio
Ma come è possibile individuare oggi queste tracce, in un ambiente apparentemente intatto come l’Antartide?
La risposta arriva dal ghiaccio stesso.
Il continente antartico conserva una straordinaria memoria ambientale. Strato dopo strato, la neve si deposita e si trasforma in ghiaccio, intrappolando particelle, gas e composti chimici provenienti dall’atmosfera.
Le carote di ghiaccio estratte dal plateau antartico (l’altopiano antartico centrale, situato a circa 3000 metri di quota) costituiscono così un archivio naturale unico. In questi strati gli scienziati possono leggere tracce di eventi climatici e ambientali su scala globale, comprese le conseguenze delle attività umane più lontane nel tempo e nello spazio.
Il segno dell’atomo nei ghiacci antartici
Le carote di ghiaccio estratte dal plateau antartico, in particolare nell’area di Dome C, hanno rivelato la presenza di Plutonio-239, un isotopo fissile utilizzato nella produzione di armi nucleari. Si tratta di un marker estremamente specifico, che consente di ricostruire e quantificare l’impatto ambientale dei test nucleari condotti in atmosfera.
Nei primi decenni dell’era nucleare si effettuavano deliberatamente esplosioni in atmosfera per studiare la dispersione della radioattività. Questo ha favorito l’immissione nell’atmosfera di particelle radioattive, successivamente trasportate su scala globale dalle correnti atmosferiche, fino a raggiungere anche regioni remotissime come l’altopiano antartico centrale.
La presenza di questi radionuclidi nei ghiacci polari rappresenta quindi una testimonianza indiretta, ma inequivocabile, dell’impatto globale dei test nucleari atmosferici che hanno caratterizzato la seconda metà del XX secolo.

L’arrivo dell’energia nucleare in Antartide
La contaminazione radioattiva dell’Antartide non è stata però soltanto il risultato di un trasporto atmosferico globale. Il 4 marzo 1962, l’era nucleare fece il suo ingresso diretto nel continente bianco con l’attivazione del primo e unico reattore nucleare mai installato in Antartide.
Oggi l’idea di un reattore nucleare in un ambiente così fragile appare difficilmente concepibile. Ma prima degli incidenti di Three Mile Island e Chernobyl, l’energia nucleare era ampiamente considerata una fonte economica, efficiente e persino “pulita”. Negli anni Cinquanta e Sessanta molti considerarono l’installazione di un reattore in Antartide una soluzione innovativa per ridurre l’enorme dipendenza dai combustibili fossili necessari a sostenere la vita delle basi scientifiche.
Fu così che, nel contesto del programma “Atoms for Peace” iniziato durante la presidenza Eisenhower, gli Stati Uniti decisero di installare presso McMurdo un reattore nucleare portatile, il PM-3A, destinato alla produzione di energia elettrica e alla desalinizzazione dell’acqua.
Il reattore arrivò in Antartide il 12 dicembre 1961 ed entrò in funzione nel 1962. Ben presto, però, si guadagnò il soprannome ironico di “Nukey Poo”, a causa dei continui problemi tecnici e delle frequenti perdite.

Installato ai piedi di Observation Hill, in un’area costituita da depositi di scorie vulcaniche, il reattore non mantenne mai le promesse iniziali: la produzione energetica risultò inferiore alle attese, i costi di esercizio furono elevati e i guasti frequenti.
Tra il 1963 e il 1972 si registrarono 438 problemi legati alla sicurezza dell’impianto. L’episodio decisivo avvenne nel 1972, quando una percolazione in un’unità di raffreddamento, dovuta a difetti nelle saldature, portò alla chiusura definitiva del reattore.

Bonifiche, conseguenze e lezioni apprese
La dismissione del PM-3A comportò una costosa operazione di bonifica: le squadre incaricate rimossero i terreni contaminati e li trasferirono fuori dal continente insieme ai rifiuti radioattivi. Gli operatori rilevarono inoltre valori anomali di trizio nelle acque di raffreddamento e negli sversamenti, il cui impatto ambientale e sanitario non è ancora stato quantificato in modo completo.
Negli anni successivi, il governo degli Stati Uniti riconobbe la possibile esistenza di un collegamento tra alcuni tumori sviluppati da militari impiegati presso la centrale di McMurdo e l’esposizione subita durante il servizio.
Nel 1978 gli scienziati O. Wilkes e R. Mann sintetizzarono amaramente l’esperienza affermando che nessuno avrebbe potuto immaginare che il destino finale di un reattore progettato per rivoluzionare la vita in Antartide sarebbe stato l’invio di carichi di detriti radioattivi dall’altra parte del mondo.

Un continente da proteggere
Ancora oggi la riduzione dell’uso dei combustibili fossili in Antartide rappresenta una sfida cruciale. In Antartide le basi utilizzano energie rinnovabili, come l’eolico e il solare, soprattutto durante l’estate. Tuttavia queste fonti non sono sufficienti a sostenere completamente le attività durante i lunghi mesi di buio invernale.
La presenza umana in Antartide rimane inevitabilmente un fattore di disturbo ambientale. È una presenza che può essere giustificata solo se finalizzata alla ricerca scientifica e alla tutela di uno dei sistemi naturali più delicati e preziosi del pianeta.
La storia dell’Antartide nucleare ci ricorda però una cosa importante. Nemmeno il continente più remoto è davvero isolato dalle scelte dell’umanità.
Ogni tecnologia, anche quando nasce con le migliori intenzioni, può lasciare tracce. Tracce che attraversano il tempo e rimangono intrappolate persino nei ghiacci.