Con l’IA i data center consumano sempre di più: spunta l’ipotesi di spedirli nello spazio per raffreddarli
Server alimentati dal Sole, satelliti da milioni di chilogrammi e un dubbio molto terrestre: quanto regge davvero questa promessa spaziale?
Tratto da Greenme
C’è qualcosa di quasi comico nel vedere l’industria dell’intelligenza artificiale arrivare davanti a un problema antichissimo: serve corrente. Tanta. Serve acqua, servono cavi, terreni, sottostazioni elettriche, permessi, impianti di raffreddamento, comunità locali disposte ad avere accanto enormi edifici pieni di server che lavorano giorno e notte. L’AI sembra immateriale quando risponde da uno schermo, eppure dietro quella risposta c’è una macchina fisica, rumorosa, calda, affamata. Una macchina che adesso qualcuno vorrebbe spostare fuori dalla Terra.
L’idea dei data center nello spazio nasce da qui: prendere una parte dell’infrastruttura che oggi consuma energia e acqua sul pianeta e metterla in orbita, dove il Sole arriva con più continuità, senza nuvole, senza notte nello stesso modo in cui la intendiamo a terra, e dove il raffreddamento potrebbe sfruttare il vuoto cosmico. Sulla carta sembra pulito, quasi elegante. Server alimentati da pannelli solari, collegamenti ottici tra satelliti, calcolo distribuito sopra le nostre teste. Poi si guarda meglio e la promessa diventa più ruvida: razzi, detriti, radiazioni, costi, manutenzione impossibile, regole ancora vaghe e una quantità di materiale da lanciare che fa venire sete solo a leggerla.

La spinta nasce dai consumi dei data center
Secondo le stime più recenti dell’Agenzia internazionale dell’energia, il consumo elettrico globale dei data center potrebbe quasi raddoppiare, passando da 485 TWh nel 2025 a 950 TWh nel 2030, circa il 3% della domanda mondiale di elettricità. I data center dedicati all’AI crescono ancora più rapidamente: il loro consumo potrebbe triplicare nello stesso periodo. Dentro questi numeri c’è la parte meno patinata dell’intelligenza artificiale, quella fatta di rack, trasformatori, calore e densità elettrica. Un singolo rack avanzato, grande più o meno come un frigorifero, potrebbe arrivare nel 2027 a una domanda di picco equivalente a quella di 65 abitazioni e dover smaltire calore pari a quello prodotto da 30 caldaie a gas.
È qui che lo spazio comincia a sembrare, almeno per qualcuno, una scorciatoia. In orbita il Sole può alimentare pannelli con una continuità maggiore rispetto alla superficie terrestre. I data center spaziali ridurrebbero il bisogno di terreni, acqua dolce per il raffreddamento e nuove linee elettriche locali. Alcune aziende immaginano costellazioni di satelliti capaci di lavorare come enormi centri di calcolo distribuiti, collegati tra loro da laser e alimentati da energia solare. Google ha già presentato Project Suncatcher, un progetto sperimentale per portare in orbita satelliti con chip TPU e collegamenti ottici; il prossimo passo dichiarato è il lancio di due prototipi entro l’inizio del 2027, in collaborazione con Planet.
La corsa, però, ha già preso una forma molto più grande della semplice sperimentazione. Negli Stati Uniti, la FCC, cioè l’autorità federale che regola comunicazioni e frequenze, ha accettato per l’esame una richiesta di SpaceX per un sistema di fino a un milione di satelliti destinati a funzionare come “Orbital Data Center”. La proposta parla di orbite tra 500 e 2.000 chilometri di quota, collegamenti ottici ad alta capacità tra satelliti e possibili connessioni con la rete Starlink. Nel documento compare perfino il riferimento alla civiltà di tipo II della scala di Kardashev, una classificazione teorica che misura una civiltà in base alla quantità di energia che riesce a utilizzare. Tradotto senza fantascienza: l’ambizione è enorme, e lo è anche l’ingombro.
Nel frattempo c’è chi ha già iniziato a mandare hardware in orbita. Starcloud-1, lanciato nel novembre 2025, ha portato nello spazio una GPU Nvidia H100, un chip usato nei data center terrestri più avanzati. A dicembre, secondo quanto dichiarato dall’azienda, il satellite avrebbe eseguito una versione di Gemma e addestrato un modello nanoGPT in orbita. Sono prove iniziali, certo, però segnano un passaggio concreto: il data center nello spazio ha smesso di essere soltanto una slide da conferenza.
A fianco dei server in orbita corre anche un’altra idea: usare lo spazio per alimentare i data center rimasti a terra. Meta ha annunciato una partnership con Overview Energy per portare sulla Terra fino a 1 GW di energia solare spaziale, sfruttando satelliti in orbita geosincrona, a circa 35.400 chilometri sopra l’equatore, capaci di raccogliere energia solare e inviarla a impianti fotovoltaici terrestri sotto forma di luce nel vicino infrarosso. La dimostrazione orbitale è prevista per il 2028, con possibile consegna commerciale dal 2030. Anche qui la promessa è seducente: far produrre energia a impianti solari già esistenti anche quando a terra il Sole manca.
La parte più intuitiva è l’energia. Sopra l’atmosfera, l’irraggiamento solare può essere molto più favorevole rispetto al suolo. Un’orbita eliosincrona al terminatore, quella che segue grosso modo la linea tra giorno e notte, permetterebbe a un satellite di tenere una parte sempre esposta al Sole e l’altra più fredda, utile per smaltire calore. Fin qui, tutto abbastanza ordinato. Poi arrivano le dimensioni. Uno scenario citato dal servizio di ricerca del Parlamento europeo parla, per un data center spaziale da 5 GW, di pannelli solari larghi fino a 4 chilometri per lato. Per un satellite più piccolo, equivalente a un rack, potrebbero bastare superfici molto più contenute, attorno a 60 metri quadrati e 28 kW, come avviene su sistemi della Stazione spaziale internazionale. La scala cambia tutto.
Il raffreddamento è la parte meno romantica. Dire che lo spazio è freddo serve a poco, perché nel vuoto il calore si disperde quasi solo per irraggiamento. Servono circuiti con fluidi refrigeranti e grandi radiatori puntati verso lo spazio profondo. Quei radiatori possono avere dimensioni paragonabili ai pannelli solari e pesare parecchio. Una perdita dovuta a micrometeoriti o detriti potrebbe danneggiare il sistema di raffreddamento e quindi l’elettronica. A questo si aggiunge la radiazione, capace di alterare bit, degradare componenti e ridurre l’affidabilità dei chip. Servono schermature, ridondanza, correzione degli errori, tolleranza ai guasti. Tutte cose che nello spazio costano peso, e il peso in orbita costa soldi.
Anche la manutenzione cambia significato. A terra un tecnico entra in sala, sostituisce un componente, controlla un cavo, interviene sull’impianto. In orbita ogni guasto diventa un problema molto più secco. I carichi AI intensivi possono aumentare il tasso di guasto dei chip; se si aggiungono radiazioni e cicli termici, la vita utile può accorciarsi. Le opzioni restano poche: ridondanza, sostituzione dei satelliti a fine vita oppure manutenzione robotica, ancora tutta da rendere ordinaria. La stessa comunicazione tra satelliti richiede precisione estrema: per avere collegamenti ottici ad alta velocità, i satelliti potrebbero dover viaggiare a distanze molto ravvicinate, anche di poche centinaia di metri. In un’orbita già affollata, questa è una frase che andrebbe scritta piano.
C’è poi il problema della massa. Un data center orbitale da 1 GW, simile per scala ai più grandi impianti terrestri in costruzione, potrebbe richiedere oltre 10.000 tonnellate di carico utile da portare nello spazio: più di tre volte la massa complessiva lanciata in orbita nel 2025. Un data center completo potrebbe richiedere oltre cento lanci, seguiti da lanci annuali per sostituire satelliti a fine vita. Nel 2025, tutti i lanci spaziali mondiali messi insieme sono stati circa 300. L’idea di spostare il problema fuori dall’atmosfera comincia così a riportare tutto molto vicino a terra: rampe, carburanti, ossigeno liquido, emissioni, filiere industriali, infrastrutture portuali e spaziali.
Anche le regole restano a terra
La questione legale è meno spettacolare di un razzo, però potrebbe pesare allo stesso modo. Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico, firmato negli anni Sessanta, stabilisce che lo spazio non appartiene a nessuno Stato, mentre gli Stati di lancio restano responsabili delle attività spaziali. Quel trattato, però, nasceva in un mondo senza cloud, senza AI generativa, senza server orbitanti pieni di dati personali, industriali, militari o sanitari. Quando un dato europeo viene elaborato in un satellite registrato altrove, dentro una costellazione gestita da una società privata, collegata a stazioni di terra in più Paesi, il concetto di confine diventa meno comodo del solito.
Nel dibattito comincia infatti a comparire l’idea di una specie di “bandiera digitale”, cioè un criterio giuridico per stabilire quale legge si applica ai dati trattati nello spazio. Il GDPR europeo, per esempio, regola anche trasferimenti di dati verso Paesi terzi. Un satellite, però, non è un Paese terzo nel senso tradizionale. È un oggetto spaziale, registrato, lanciato, controllato, collegato. Eppure può trattare dati terrestri in quantità enorme. La zona grigia è evidente e riguarda anche cybersecurity, responsabilità in caso di incidente, accesso governativo ai dati, rapporti tra diritto spaziale e diritto digitale.
Sul piano ambientale la promessa dei data center nello spazio va maneggiata senza zucchero. L’assenza di consumo diretto di acqua dolce in orbita può essere un vantaggio. L’energia solare abbondante può esserlo ancora di più. Però i lanci hanno un impatto, i satelliti a fine vita rientrano in atmosfera, rilasciano materiali e possono contribuire a una forma di inquinamento dell’alta atmosfera ancora poco compresa. Le costellazioni molto grandi aumentano il rischio di congestione orbitale, collisioni, detriti e interferenze con l’osservazione astronomica. La regolazione delle orbite basse passa ancora in modo indiretto anche dall’assegnazione dello spettro radio da parte dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni, spesso secondo logiche da “chi arriva prima”. Per infrastrutture di questa scala, sembra poco.
La versione più sobria della storia, quindi, è questa: i data center nello spazio potrebbero diventare tecnicamente possibili prima di quanto sembrasse qualche anno fa. Il loro ostacolo principale resta economico, con costi futuri molto legati al prezzo dei lanci e alla capacità di costruire, sostituire e gestire hardware orbitale su scala industriale. Alcune stime ottimistiche immaginano costi circa tre volte superiori rispetto agli impianti a terra nel breve periodo, con grandi margini di incertezza. Il fatto che qualcosa sia possibile, però, non lo rende automaticamente sensato, né leggero, né pulito.
Forse una parte del calcolo dell’AI finirà davvero in orbita. Forse servirà prima per missioni spaziali, osservazione della Terra, elaborazione dati vicino ai satelliti, poi per carichi più grandi. Forse resterà una nicchia costosa, buona per annunci e prototipi. Intanto, sulla Terra, i data center continuano a chiedere energia, acqua, spazio e consenso. Guardare in alto può aiutare a inventare qualcosa. Scappare dalla fisica, invece, riesce molto peggio. Anche con un razzo.
Fonte: Nature