27 Marzo 1638, uno “spaventevole terremoto” devasta la Calabria centro-settentrionale
ingvterremoti.wordpress.com
Il 1638 in Calabria è ricordato come un anno di grandi terremoti. Fu in quell’anno, infatti, che si verificò la prima importante sequenza sismica conosciuta tra quelle che nel corso della storia hanno ripetutamente colpito la regione. Forti terremoti sono noti anche nei secoli e decenni precedenti (ad esempio il terremoto del 1184 nella Valle del Crati, o quello che nel 1626 distrusse Girifalco), ma la serie di violente scosse che colpirono la Calabria centro-settentrionale tra il marzo e il giugno del 1638 è, per ampiezza dell’area devastata ed entità delle distruzioni, paragonabile alle sequenze che nel 1783 e nel 1905-1908 colpirono gran parte della regione.
I terremoti storici dall’anno 1000 in Calabria (CPTI15).
Quelli del 1638 sono anche i terremoti più distruttivi che, negli ultimi 1000 anni, hanno interessato il settore centro-settentrionale della Calabria. Inoltre, sono eventi ben documentati, descritti da numerose relazioni e memorie pubblicate a breve distanza dal disastro. Testimonianze, osservazioni dirette e resoconti di prima mano costituiscono un cospicuo e attendibile patrimonio di informazioni che ha permesso ai sismologi storici di determinare con precisione l’area dei danni più gravi e l’estensione della zona colpita, nonché di delineare l’impatto sociale ed economico dell’evento. Le prime scosse distruttive avvennero nei giorni 27 e 28 marzo e colpirono un’ampia fascia del versante tirrenico tra la Valle del Crati e il Vibonese; il secondo forte terremoto avvenne l’8 giugno e causò gravissimi danni prevalentemente sul versante ionico della Sila. In questo articolo verranno descritti i terremoti del marzo 1638, riservandoci di trattare quello di giugno in un articolo futuro.
La prima forte scossa avvenne nel pomeriggio del 27 marzo 1638, verso il tramonto (alle ore 21 e mezza in orario “all’italiana”), e fu un evento catastrofico, con effetti che raggiunsero il grado 11 della scala MCS (Mercalli-Cancani-Sieberg). Nel Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15, che riprende lo studio di Guidoboni et al. (2007), questo terremoto è riportato come un’unica grande scossa con magnitudo equivalente (calcolata sulla base della distribuzione delle intensità macrosismiche) Mw pari a 7.1, tra le più elevate della storia sismica italiana. Secondo altri autori, tuttavia, le distruzioni furono causate da almeno 3 distinte e violentissime scosse avvenute tra il 27 e il 28 marzo (Galli & Bosi, 2003). Quella del pomeriggio del giorno 27, un sabato, fu la più forte e colpì il territorio compreso tra l’alta Valle del Crati e la valle del Savuto, a sud di Cosenza, al confine tra le attuali province di Cosenza e di Catanzaro, dove diversi paesi – tra cui Diano, Carpanzano, Martirano, Conflenti, Motta Santa Lucia, Rogliano, Grimaldi, Scigliano, Savuto, Mangone – furono completamente rasi al suolo (Guidoboni et al. 2007). Il giorno successivo, 28 marzo (che quell’anno coincideva con la domenica delle Palme), due nuove forti scosse colpirono il territorio posto immediatamente a sud di quello interessato dalla prima, forte scossa. Questi due nuovi eventi colpirono la parte nord-occidentale della Stretta di Catanzaro, nella zona tra Sambiase, Lamezia Terme e Sant’Eufemia, e la zona del Vibonese, sul versante occidentale delle Serre, estendendo così verso sud l’area degli effetti distruttivi rispetto al terremoto del 27 marzo.
Distribuzione degli effetti del terremoto del 27 marzo 1638 secondo Guidoboni et al. (2007) [fonte: DBMI15]. Secondo altri autori (Galli & Bosi, 2003) questo scenario fu dovuto non ad una sola grande scossa ma ad almeno 3 forti scosse avvenute tra il 27 e il 28 marzo con valori di magnitudo equivalente Mw compresi tra 6.6 e 6.8.In quest’ottica, la magnitudo Mw 7.1 riportata nel catalogo CPTI15 sarebbe in realtà sovrastimata e deriverebbe dalla somma complessiva degli effetti di queste singole scosse, che, di fatto, avrebbero avuto ciascuna una magnitudo più bassa. Galli & Bosi (2003), infatti, stimano una magnitudo equivalente Mw 6.8 per l’evento del pomeriggio del 27 marzo, e Mw 6.6 per entrambe le scosse del 28 marzo, da intendersi come valori massimi proprio per l’effetto di cumulo dei danni. In ogni caso, scosse molto violente; a titolo di paragone, si consideri che il terremoto dell’Irpinia del 1980 ebbe Mw 6.8 e quello del 6 maggio 1976 in Friuli Mw 6.5.
Che si sia trattato di una sola grande scossa di Mw 7.1 o, più verosimilmente, di tre forti scosse con Mw > 6.5, il quadro complessivo degli effetti causati dal terremoto di fine marzo non cambia, ed è uno scenario di immane distruzione. Tutta la regione fu interessata da effetti di danno: danni gravi si ebbero fino a Rosarno, verso sud, e fino a Scalea e a Castrovillari, verso nord. Danni più leggeri furono riscontrati verso sud fino alla zona dell’Aspromonte e a Messina, dove crollò parzialmente la copertura della cattedrale, verso est fino a Crotone, e verso nord fino a Maratea, dove furono rilevate leggere lesioni.Come abbiamo detto, gli effetti più gravi e distruttivi interessarono un’ampia fascia della Calabria centrale tra la Valle del Crati e il Vibonese. Secondo lo studio di Guidoboni et al. (2007), complessivamente i centri che subirono importanti distruzioni e crolli estesi (con effetti uguali o superiori al grado 9 MCS) furono 107, diciassette dei quali furono completamente rasi al suolo (con effetti superiori al grado 10 MCS). Un’altra novantina di località subì danni gravi e crolli parziali, tali da rendere inabitabili numerose abitazioni (effetti superiori al grado 7 MCS). Fra queste anche Cosenza, dove una ventina di edifici crollò completamente e quasi 600 rimasero gravemente lesionati e riportarono crolli parziali. Tredici fra chiese e monasteri furono distrutti o seriamente danneggiati. Notevoli distruzioni interessarono anche il Castello e il Duomo, di cui crollò il campanile. A Catanzaro i danni furono meno gravi, ma comunque rilevanti: moltissimi edifici rimasero più o meno seriamente lesionati, oltre 300 furono quelli che risultarono inagibili. Il duomo e il palazzo vescovile riportarono gravi danni.

Il terremoto verso nord fu avvertito fortemente, ma senza danni, in Basilicata e in modo più leggero a Taranto e fino a Napoli. L’area di risentimento tuttavia risulta scarsamente definita. Di sicuro la scossa fu avvertita più o meno fortemente in molte parti della Sicilia.
L’evento principale del 27 marzo e i due violenti terremoti del 28 furono preceduti da una forte scossa avvenuta circa due mesi prima, il 18 gennaio, che causò alcuni danni. Le repliche furono particolarmente frequenti per tutto il mese di aprile e, secondo le testimonianze e le fonti del periodo, causarono molto spavento tra la popolazione ma non ulteriori danni.

La violenza delle scosse del 27 e 28 marzo produsse notevoli effetti anche sull’ambiente naturale, con imponenti dissesti geomorfologici e idrologici che, in qualche caso, modificarono il paesaggio in modo permanente: grandi fenditure e voragini si aprirono nel suolo in tutta l’area epicentrale tra Cosenza e la valle del fiume Savuto; smottamenti di terreno interessarono le zone di Martirano e di Cosenza, dove franò la sommità del colle Pancrazio; variazioni nella portata delle sorgenti furono segnalate ad Amantea e a Sambiase. Nella piana di Sant’Eufemia, i dissesti idrologici e i fenomeni di subsidenza del suolo causati dalle scosse andarono ad aggravare l’impaludamento dell’area, portando alla formazione di estese zone di acqua stagnante che favorirono il diffondersi della malaria in tutta la zona: l’area paludosa, di circa 180 kmq, compresa tra i fiumi Amato e Angitola fu bonificata soltanto tre secoli più tardi, nel 1928.
La scossa del 27 marzo, inoltre, causò anche effetti di tsunami lungo il litorale di Pizzo, sulla costa meridionale del Golfo di Sant’Eufemia: il mare in un primo momento si ritirò per uno spazio che, secondo le fonti coeve, fu di circa 2000 passi (circa 3,7 km), e in seguito inondò violentemente la spiaggia (Guidoboni et al., 2007).
La Calabria, come tutta l’Italia meridionale, faceva parte del Regno di Napoli, che all’epoca era sotto il dominio della corona spagnola, retta dal re Filippo IV (1621-1665), che vi aveva istituito un Vicereame. Il re di Spagna, infatti, era rappresentato a Napoli da un viceré, all’epoca Ramiro Felipe Nuñez de Guzmán, duca di Medina de las Torres (1637-43). Il territorio calabrese era diviso nelle due province di Calabria Citra, corrispondente all’attuale provincia di Cosenza, e di Calabria Ultra, le odierne province di Crotone, Catanzaro, Vibo Valentia e Reggio Calabria.

(Foto da: http://www.ilgiornaledellaprotezionecivile.it/index.html?pg=1&idart=767&idcat=3 ).
Quando le gravissime notizie del disastro sismico raggiunsero Napoli, il viceré Nuñez de Guzmán decise di nominare il consigliere Ettore Capecelatro suo plenipotenziario per le province calabresi. In altre parole, il viceré conferì pieni poteri straordinari a Capecelatro, che si trasferì in Calabria per organizzare i primi soccorsi alle popolazioni, compiere una rilevazione particolareggiata dei danni e redigere una relazione completa sul disastro. Secondo la sua relazione ufficiale, complessivamente furono distrutte oltre 10.000 case e altre 3000 circa divennero inabitabili.
La forza devastante del terremoto fu aggravata dalle caratteristiche comuni a molti abitati calabresi: gran parte dei paesi era arroccata sui rilievi e gli edifici erano addossati gli uni agli altri, spesso su pendii scoscesi. Le case erano in prevalenza costruite in pietra e ciotoli di fiume, legati da malte di scarsa qualità. In molti centri gli edifici erano costruiti anche con mattoni di argilla cruda seccata al sole. Le case, come osservava lo stesso Capecelatro, erano economiche ma “fragilissime”, caratteristiche che potenziarono gli effetti distruttivi delle scosse. Il terremoto fece migliaia di vittime. Secondo le prime notizie giunte a Napoli i morti erano circa 30.000, cifra ripresa dal viceré nella sua relazione alla Corte spagnola. Le stime ufficiali del consigliere Capecelatro, tuttavia, risultarono molto inferiori (9.571 morti, dei quali 6.811 in Calabria Citra e 2.760 in Calabria Ultra), ma furono probabilmente sottostimate perché non tenevano conto della mortalità nei centri situati nelle zone marginali rispetto all’area più danneggiata, e soprattutto dei numerosi decessi che avvennero nei mesi successivi a seguito delle ferite e degli stenti.
