In Italia a oggi non risultano legami tra terremoti e attività estrattiva

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In Italia a oggi non risultano legami tra terremoti e attività estrattiva

Uno studio pluriennale condotto in una zona del nostro paese ad alto rischio sismico, che approfondisce ulteriormente studi precedenti, non ha trovato alcuna correlazione fra l’estrazione di gas e petrolio e i fenomeni sismici
di Leonardo De Cosmo
www.lescienze.it

Il 20 e 29 maggio 2012 l’Emilia-Romagna fu colpita da due forti terremoti, di magnitudo 6.1 e 5.9, che causarono 27 vittime e 15.000 sfollati: il fatto che gli epicentri fossero in una regione italiana nota più per l’estrazione di idrocarburi che per i terremoti fece emergere il sospetto che potesse esistere un nesso tra le scosse e le attività umane. Per approfondire la questione, la Protezione civile nominò una commissione per indagare e pochi anni dopo ha dato il via a una serie di studi per esaminare la possibile associazione tra terremoti e attività estrattive in varie regioni d’Italia.

Di recente fa sono stati pubblicati i risultati delle indagini commissionate all’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV) relative alla Val d’Agri in Basilicata, una delle zone a maggior rischio sismico d’Italia e allo stesso tempo area con i più grandi giacimenti continentali di gas e petrolio d’Europa in cui si estrae da oltre 30 anni.

Dall’Emilia alla Val d’Agri
Le conclusioni del rapporto Il monitoraggio sismico delle attività di produzione idrocarburi in Val d’Agri firmato da Thomas Braun e Stefania Danesi dell’INGV sono l’ultimo capitolo, forse uno dei più importanti, di un lungo dibattito pubblico e scientifico che si è aperto all’indomani della prima delle due forti scosse registrate in Emilia poco più di dieci anni fa. Per analizzare in modo approfondito le cause di quel sisma la Protezione civile diede infatti vita a una commissione internazionale denominata ICHESE (International Commission on Hydrocarbon Exploration and Seismicity in the Emilia Region le cui conclusioni vennero pubblicate nel 2014 e in cui si affermava: “La commissione ritiene altamente improbabile che le attività di sfruttamento di idrocarburi a Mirandola e di fluidi geotermici a Casaglia possano aver prodotto una variazione di sforzo sufficiente a generare un evento sismico indotto. L’attuale stato delle conoscenze e l’interpretazione di tutte le informazioni raccolte ed elaborate non permettono di escludere, ma neanche di provare, la possibilità che le azioni inerenti allo sfruttamento di idrocarburi nella concessione di Mirandola possano aver contribuito a innescare l’attività sismica del 2012 in Emilia”.

Avendo lasciato alcuni punti in sospeso si decise allora di approfondire ulteriormente: quello stesso anno il Ministero per lo sviluppo economico dispose anche di avviare monitoraggi su alcune aree italiane per le quali esistevano possibili relazioni tra attività antropica e sismicità indotta o innescata. Una di queste era la Val d’Agri. Nel sottosuolo della Basilicata sono infatti presenti quelli che sono considerati i giacimenti continentali di petrolio con gas associato più estesi d’Europa da cui ENI estrae idrocarburi a partire dagli anni novanta e a cui più recentemente si è aggiunta anche TOTAL nella attigua concessione di Gorgoglione. Allo stesso tempo l’area è una di quelle a maggiore pericolosità sismica: nel dicembre 1857 si registrò lì uno dei peggiori terremoti della storia d’Italia, con magnitudo stimata intorno a 7 e la morte di almeno 11.000 persone.

Nessuna correlazione
È nata così, a partire dal 2017, una campagna di osservazione del territorio lucano realizzata attraverso 57 stazioni sismiche arricchita da misurazione del movimento dei terreni e immagini satellitari capace di analizzare ogni segnale di micro-sismicità in tempo reale. “Ne è emerso che non c’è nessuna evidenza che indichi una correlazione tra le attività estrattive con quella sismica”, ha spiegato molto chiaramente Andrea Morelli, responsabile del Centro per il monitoraggio delle attività di sottosuolo dell’INGV. Il lavoro di monitoraggio dell’area si è protratto per circa tre anni e ha analizzato sia gli impianti di estrazione di petrolio con gas associato sia quelli di re-iniezione delle acque che fuoriescono durante i processi di produzione. “È stato un monitoraggio giornaliero e di analisi dei dati – ha aggiunto Morelli – capace di fornire in tempo reale un quadro costantemente aggiornato della sismicità e delle deformazioni legate alle attività umane e delle eventuali azioni da adottare in caso di superamento di soglie di allerta, secondo uno schema progressivo ‘a semaforo’.” In caso di attività sismiche anormali, ha precisato il ricercatore INGV, si sarebbero immediatamente fatte ridurre le attività estrattive o di re-iniezione, eventualmente arrivando anche interromperle del tutto.

Un lavoro, quello appena pubblicato dall’INGV che segue di poco più di un anno lo studio pubblicato su “Frontiers in Earth Science” relativo a tutto il territorio italiano, ma questa volta su base puramente statistica. Al centro dello studio sono stati sei siti di estrazione di petrolio e 46 di produzione di gas le cui attività sono state messe a confronto con i dati sismici. “In sostanza – ha spiegato Morelli, che è anche uno degli autori dello studio – abbiamo confrontato l’andamento della sismicità locale attorno a queste concessioni di estrazione con quello delle attività estrattive. Si osserva facilmente che non vi sono picchi di sismicità che possano corrispondere a picchi di estrazione, o seguirli. Anzi, in alcuni casi, al picco di estrazione segue, seppur in misura piccola, una diminuzione dell’attività sismica.” Un po’ come se l’estrazione di idrocarburi sia in qualche modo capace di “allentare” la tensione tra le faglie. “Determinare i meccanismi di causa-effetto è più complesso e non abbiamo certezze ma di sicuro non abbiamo evidenze che per quanto riguarda l’Italia le attività estrattive possano provocare sismi.”

Il rischio tettonico
Ovviamente ciò non vuol dire che le attività umane non siano in alcune occasioni state responsabili di terremoti più o meno violenti. Uno dei casi più noti è quello di Groningen, nel nord-est dei Paesi Bassi, area notoriamente poco sismica che però a causa di intense attività di estrazione del gas ha conosciuto negli anni duemila una discreta attività sismica che ha raggiunto anche magnitudo 3.6. Scosse sufficienti a causare forti preoccupazioni nella popolazione e danni su strutture progettate per territori fino a quel momento a rischio quasi nullo. “In quel caso – ha spiegato Morelli – si è assistito ad attività di estrazione molto intensa e veloce, parliamo di un giacimento di gas davvero enorme, che ha innescato fenomeni di compattazione della crosta.”

Altri casi di sismicità “artificiale” si sono registrate nelle varie aree del mondo dove si opera il cosiddetto fracking: in tal caso si frantumano volontariamente le rocce argillose, poco permeabili, in modo da produrre fratture attraverso le quali far risalire il petrolio. Oppure ancora i sistemi geotermici “migliorati” (enhanced), che puntano a sfruttare il calore di rocce “secche”. Anche in quel caso le si rompe volontariamente e si inietta acqua nelle fratture in modo che poi possa risalire portando con sé il calore.

Tutte tecniche non utilizzate in Italia che ha un territorio e risorse distribuite in forme differenti: “Qui abbiamo molti giacimenti soprattutto di gas, ma sono tutti relativamente piccoli, il cui sfruttamento non necessita di quelle tecniche, e sui quali non si è identificato alcun collegamento con la sismicità. A differenza di aree come Groeningen, a rischio simico quasi nullo, qui da noi la preoccupazione principale è legata proprio al rischio sismico: nel nostro caso il dubbio è che uno squilibrio dovuto alle attività di estrazione possa innescare terremoti, ossia che in qualche modo si possa provocare quel quid, quell’innesco in grado di far ‘scivolare’ una faglia”, ha spiegato Morelli.

“Ma a oggi – ha concluso – non abbiamo nessuna evidenza che ciò avvenga o che sia avvenuto nel passato. In realtà, piuttosto che dei terremoti indotti, ciò di cui ci dovremmo maggiormente preoccupare sono i ‘tradizionali’ terremoti tettonici.”

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